Superare le paure che ci abitano

di Christian Albini in Sperare per tutti (http://sperarepertutti.typepad.com/)

Siamo abitati da tante paure, ci vuole una buona notizia che le superi. Ci vuole qualcosa in cui sperare, in cui mettere fiducia, per affrontare le paure che ci abitano. Per la fede cristiana, questa buona notizia è la Risurrezione di Gesù. Eppure, è una delle cose a cui i cristiani stessi fanno più fatica a credere.

In Marco, la risurrezione è raccontata nel cap. 16. È un tema che andrebbe esplorato e discusso a lungo. Qui ci limitiamo a due considerazioni a partire dal testo. Gli esegeti sono ormai quasi del tutto concordi nel dire che originariamente il testo di Marco si concludeva con il v. 16,8 che è chiamato la “prima finale”.

Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Molti manoscritti omettono l’attuale finale (vv. 9-20 - apparizioni di Gesù risorto e invio in missione). Che cosa dobbiamo pensare di questo fatto? Che per la prima comunità annunciare Gesù come il Risorto, come il Vivente, non è stato per niente facile. Noi “moderni” spesso siamo convinti che i cristiani del tempo di Gesù fossero persone più ignoranti e ingenue di noi, pronti a credere in cose che noi – che ci reputiamo più intelligenti e avanzati – non accettiamo più. In realtà, anche per loro credere nella risurrezione non era affatto facile. Le donne, le prime destinatarie di questo annuncio, erano impaurite. Ed è normale. Anche per loro era qualcosa che sfidava ogni buon senso e ogni convinzione consolidata.

La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere. È un evento che porta a dire che Gesù non è solo il crocifisso, il condannato a una morte ignobile, ma è un Vivente, di una vita che viene da Dio e che è diversa da quella che conosciamo noi. C’è una vita “altra” che Dio ci promette, diversa da quella che conosciamo e che ha il suo approdo nella morte. La morte non è l’ultima parola, perché Dio ci ama: questo è il cuore del messaggio cristiano. Ma non è facile accettarlo, non è facile porre fiducia in questo messaggio, anche se dentro di noi lo vorremmo tanto. È il dramma della fede. È la lotta interiore che viviamo tra speranza e disperazione, tra fede e incredulità. Eppure, se il Vangelo è arrivato fino a noi – nonostante tutte le paure e le smentite attraverso cui i primi credenti possono essere passati – è perché la fede e la speranza sono possibili. Anche se non capiamo che cosa sia davvero questa “vita nuova” di cui le Scritture ci parlano. (..)

Il Vangelo non è una risposta, una dimostrazione. È un pungolo che ci dice di cercare ancora, di sperare ancora, che sollecita il nostro cammino di fede, perché c’è qualcosa che viene da Dio e che esce dai nostri schemi e dalle nostre possibilità di comprensione. (..)

 

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