Il Papa con i famigliari delle vittime di mafia

Il discorso di Papa Francesco alla veglia di ieri, a Roma, con i famigliari delle vittime delle mafie

 


..da un'intervista a don Luigi Ciotti a commento della giornata

intervista a don Luigi Ciotti a cura di Attilio Bolzoni in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

Don Luigi, cosa cambierà dopo queste parole di Papa Francesco sulla mafia?
«Sono state chiarissime, molto decise, determinate nella fermezza. Con queste parole si definisce culturalmente un passaggio storico: la cesura netta fra mafia e Chiesa ». (..)

Che cosa è la mafia di oggi?
«È una mafia che non ha più bisogno - salvo eccezioni - di fare violenza. Può contare sulla violenza “anonima”, in guanti bianchi, del denaro che circola solo per produrre altro denaro uccidendo il lavoro. Per i morti ammazzati che diminuiscono, cresce a dismisura il numero dei morti vivi, delle persone alle quali il potere economico delle mafie toglie ogni speranza».

Come si combatte questa nuova mafia?
«Non si può vincere senza una forte legge sulla corruzione, che è l’incubatrice di tutte le mafie. Ci vogliono buone leggi, spero che al più presto approvino la riforma del 416 ter sullo scambio politico mafioso ».

È difficile cambiare da un giorno all’altro, come si fa?
«Il cambiamento chiama in causa tutti, ma non può realizzarsi se viene frenato dall’alto. Grande è la lezione di umiltà e saggezza che ci sta dando il Papa. Mi aspetto dalla politica un simile atto di coraggio. Il potere non può essere un’eterna malattia. Quella per cui da un lato si annunciano codici  etici e dall’altro si trova sempre l’eccezione, la scappatoia. Si è creato un meccanismo di complicità fra parte della politica e parte della società, basato sul tacito patto, a volte neanche tacito, di coprirsi a vicenda». 


..da un commento di Roberto Saviano...

I preti e i boss - di Roberto Saviano in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

Le parole pronunciate dal Papa sono parole definitive. Tuonano forti non a San Pietro dove saranno risultate naturali, persino ovvie. Tuonano epocali a Locri, Casal di Principe, Natile di Careri, San Luca, Secondigliano, Gela.
E in quelle terre dove l’azione mafiosa si è sempre accompagnata ad atteggiamenti religiosi ostentati in pubblico. Chi non conosce i rapporti tra cosche e Chiesa potrà credere che sia evidente la contraddizione tra la parola di Cristo e il potere mafioso. Non è così. Per i capi delle organizzazioni criminali il loro comportamento è cristiano e cristiana è l’azione degli affiliati. In nome di Cristo e della Madonna si svolge la loro vita e la Santa Romana Chiesa è il riferimento dell’organizzazione.

Per quanto assurdo possa apparire il boss — come mi è capitato di scrivere già diverse volte — considera la propria azione paragonabile al calvario di Cristo, perché assume sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il “bene” è ottenuto quando le decisioni del boss sono a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio su cui comanda. Il potere è espressione di un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà, se la vittima metteva a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. (..)

Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: “convertitevi una volta verrà il giudizio di Dio”. Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano. Ma Francesco I non parla solo a chi spara: ha abbracciato i parenti delle vittime della mafia, ha abbracciato don Luigi Ciotti, un sacerdote che non era mai stato accolto da un pontefice in Vaticano e con Libera è diventato l’emblema di una chiesa di strada, che si impegna contro il potere criminale. La chiesa di don Diana, che fu lasciato solo a combattere la sua battaglia. Oggi Francesco invita a stare a fianco dei don Diana. Le sue parole rompono l’ambiguità in cui vivono quelle parti di chiesa che da sempre fanno finta di non vedere, che sono accondiscendenti verso le mafie, e che si giustificano in nome di una “vicinanza alle anime perdute”.

Gli affiliati non temono l’inferno promesso dal Papa: lo conoscono in vita. Temono invece una chiesa che diventa prassi antimafiosa. Le parole di Francesco I potranno cambiare qualcosa davvero se la borghesia mafiosa sarà messa in crisi da questa presa di posizione, se l’opera pastorale della chiesa davvero inizierà a isolare il danaro criminale, il potere politico condizionato dai loro voti. Insomma se tutta la chiesa — e non solo pochi coraggiosi sacerdoti — sarà davvero parte attiva nella lotta ai capitali criminali. Dopo queste parole o sarà così o non sarà più Chiesa.

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A cura della Commissione Cultura e comunicazione

"Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare.."
(Evangelii Gaudium n.46)

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