Il filo che lega Roncalli a Wojtyla

In vista della canonizzazione di Giovanni XXXIII e Giovanni Paolo II, una riflessione che cerca il filo rosso (forse non sempre facile da decifrare) che ha legato i due pontificati.  Di seguito un documentario molto bello su Papa Roncalli che aiuta a ricostruirne la statura a distanza di 50 anni.

Concilio, il filo che lega Roncalli a Wojtyla - di Aldo Maria Valli - in “Europa” del 23 aprile 2014

Al di là dei miracoli e delle miracolate, al di là della tempra di due papi molto diversi ma anche molto simili, il protagonista delle canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II è uno ed ha un nome e un cognome: si chiama Concilio Vaticano II. Papa Roncalli, uomo della tradizione, cresciuto alla scuola del Concilio tridentino, volle convocare i vescovi di tutto il mondo quando si accorse che la Chiesa stava correndo un rischio mortale: considerare la tradizione fine a se stessa e non come un tradurre e un trasportare. Tradurre il depositum fidei nel linguaggio del tempo e trasportarne i contenuti nella cultura contemporanea. Di qui la sua lezione sui “segni dei tempi” e sulla necessità di leggerli e interpretarli con coraggio, senza badare ai freni costantemente tirati dai “profeti di sventura”. Coraggio e fiducia: queste le parole d’ordine che quel vecchio papa tradizionale ma non tradizionalista mise al centro del suo insegnamento, con quello spirito profetico e quella capacità di innovazione che solo gli uomini di tradizione, cioè fortemente radicati nella propria fede, fiduciosi nello Spirito Santo e incuranti delle difficoltà contingenti, sanno esprimere.

Coraggio e fiducia: le stesse parole con le quali si può riassumere il lungo pontificato di Wojtyla, il quale non a caso esordì chiedendo a tutti di non avere paura e di spalancare le porte a Cristo. Coraggio e fiducia: eredità del Concilio, di quel Concilio che monsignor Karol, allora vescovo ausiliare di Cracovia, visse in presa diretta, dando un contributo importante all’elaborazione della costituzione pastorale Gaudium et spes (Gioia e speranza) del 1965, vera magna charta conciliare, le cui parole d’esordio riassumono la “rivoluzione” di Roncalli così come l’ispirazione di Wojtyla e si riverberano fino all’attuale pontificato di Francesco: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Ecco la Chiesa che non giudica più dall’alto, che non pretende più di modificare la società iniettandole robuste dosi di dottrina, ma si china sugli uomini e le donne del suo tempo, come il samaritano che si accorse dell’uomo ferito e, al contrario del sacerdote indifferente, che passò oltre senza degnarlo di uno sguardo, si chinò su quel poveretto per curargli le ferite, gli versò sopra olio e vino e lo portò nella locanda e si assicurò che venisse accudito e pagò il locandiere di tasca propria.

Ecco: il samaritano. Se volessimo trovare un protagonista umano delle canonizzazione di domenica 27 aprile 2014 potremmo indicare lui. è stata la parabola del samaritano a ispirare papa Roncalli nell’indire il Concilio, nell’uscire dal Vaticano in treno, nell’andare in visita ai carcerati e ai sofferenti ricoverati in ospedale, nell’affacciarsi alla finestra del palazzo apostolico quella famosa sera per quel famoso discorso della luna e della carezza. È stato sempre l’esempio del samaritano a spingere papa Wojtyla a scrivere nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis, che l’uomo, ogni uomo, è la via della Chiesa, a farlo viaggiare in lungo e in largo per il mondo intero fino a totale consunzione delle forze, a bussare a tutte le porte, a chiamare a raccolta i rappresentanti di tutte le religioni per una preghiera di pace. Così come è al samaritano che pensa papa Francesco quando dice che per lui la Chiesa è un grande ospedale da campo dopo una battaglia, dove ai pastori è chiesto di curare ferite serie, mortali, e non di disquisire sul colesterolo e i trigliceridi un po’ alti, magari sorseggiando un tè. Qual è la lezione del samaritano e del Concilio Vaticano II? È la misericordia. È la Chiesa che non usa più la dottrina come uno scudiscio, ma – sono parole di Roncalli e potrebbero essere di Bergoglio – «preferisce far uso della medicina della misericordia».

Certo, Giovanni Paolo II ebbe poi un suo modo di interpretare questa lezione, e sul punto si possono aprire molte discussioni, ma il filo che lega i due prossimi santi e l’attuale pontefice è evidente e robusto. Francesco lo ha detto chiaramente, nel suo italiano immaginifico, parlando ai preti di Roma: Giovanni Paolo II «ha avuto il fiuto che questo era il tempo della misericordia». Lo stesso “fiuto” di Roncalli e di Bergoglio. 


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