Cristiani e musulmani pregano insieme

L'ennesimo naufragio si è compiuto lunedì 12 Maggio a 40 miglia dalle coste della Libia. Il giorno dopo nella stiva della fregata Grecale, cristiani e musulmani pregano insieme davanti alle salme, avvolte in teli bianchi.  Ne scrive il sociologo Renzo Guolo conoscitore dell'Islam italiano ed europeo.

Quella preghiera davanti alle salme che unisce cristiani e musulmani (di Renzo Guolo in “la Repubblica” del 15 maggio 2014)

Pregano insieme, nella fregata Grecale, marinai e naufraghi, militari e migranti, soprattutto cristiani e musulmani. Immagini così diverse da altre viste in questi stessi drammatici giorni. Come quelle delle ragazze rapite dai fanatici di Boko Haram, avvolte nei veli e nelle tuniche loro imposte dai rapitori, costrette a “convertirsi” all’Islam. E, dunque, già “liberate”, secondo il leader del gruppo Shekau, secondo il quale solo chi abbraccia quella religione, ma anche la sua interpretazione fondamentalista, è davvero libero. Come se la liberazione, potesse avvenire, nella violenza: peraltro negata alle radici dallo stesso Corano. «Nessuna costrizione, nella fede» (II,256), recita il Libro sacro.

Nella penombra della stiva di una nave militare — strano paradosso per chi teorizza l’Occidente come nemico dell’Islam l’idea che una macchina pensata per la guerra salvi vite umane, no? — le immagini ci mostrano, invece, comunanza. Derivante non solo dalle comuni radici abramitiche di cristianesimo e islam, ma anche nel riferimento a quel sentimento, la misericordia, che emerge con forza dalle parole e dagli sguardi dei presenti. Colui che per i musulmani fa da imam, letteralmente “chi sta davanti”, ovvero chi guida la preghiera, apre la cerimonia, come nella tradizione davanti ai defunti, salmodiando la sura aprente, la Fatiha. Versetto che, nella liturgia islamica, svolge la funzione del Padre Nostro nella fede cristiana o dello Shema’ Israel nell’ebraismo. In quella sura si mette l’accento, due volte, su quella parola, “misericordioso”, che vuole indicare uno dei più significativi attributi di Dio. Non a caso, a ricordare ancora la comunanza, è l’unica sura che si conclude con la formula liturgica amin, il nostro amen.

È una preghiera, non un funerale. L’islam, insieme religione del Libro e di terra, aborrisce la sepoltura in mare. Impossibile, nel caso specifico, non solo per esigenze d’inchiesta ma anche religiose. Quanti pregano intorno ai corpi avvolti nei sacchi, inevitabili surrogati dei sudari bianchi che la tradizione vuole intrecciati da tre lenzuola per gli uomini e cinque per le donne, compiono un gesto che ha anche il significato di lasciare meno solo quanti hanno temuto, e purtroppo provato, il terrore di morire in mare. Per chi deve attraversare il Canale di Sicilia nei barconi della disperazione, preda di scafisti senza scrupoli e della furia degli elementi, questa è una paura in più, che si aggiunge alle molte altre. Per chi è credente l’idea di non avere sepoltura, di non essere messo nella nuda terra con il capo orientato verso la qibla, la direzione de La Mecca, è un timore ancestrale. Perché rinvia alla paura che il corpo non arrivi integro al giorno del Giudizio.

Naturalmente la comunanza che emerge nella preghiera di persone di fede diversa, non oscura ciò che l’ennesimo naufragio rivela. Nessuna umana vicinanza (..) può nascondere gli enormi problemi generati da una globalizzazione che fa circolare in misura così massiccia non solo merci e flussi finanziari, ma anche persone con le loro aspettative, culture, identità. O può occultare l’evidente considerazione che non compete solo all’Italia presidiare frontiere, e svolgere missioni umanitarie, che riguardano l’Europa tutta. Quelle parole e quelle voci nel cuore della nave ci dicono “solo” che l’umana pietas è ancora qualcosa che lega gli uomini, di qualunque fede siano e a qualunque cultura appartengano.

 

 

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A cura della Commissione Cultura e comunicazione

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