Costruiamo comunità aperte

di Alessandra Turrisi
in “Avvenire” del 26 febbraio 2015

Costruire una comunità aperta, «non un rifugio sicuro», altrimenti «si rischia che diventi solo un ripostiglio, luogo dove viene accantonata anche roba inutile, perché essa è il luogo concreto in cui Dio si rivela, spezza la sua forza di risurrezione per ciascuno di noi e dove l’uomo si libera ». Il cardinale Francesco Montenegro, tornato nella sua Agrigento dopo avere ricevuto la porpora nell’ultimo Concistoro, è stato accolto dai fedeli in occasione del Pontificale per la festa di San Gerlando, patrono della città e della diocesi. [..]«Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo e con lui verso gli altri – ha detto Montenegro nell’omelia – Sbaglia chi cerca nella comunità quell’atmosfera di favola che, facendo dire 'e vissero felici e contenti', esclude dagli altri o li esclude. Il non dialogo è esclusione ». E ancora: «Non si fa comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra  brava gente – ha aggiunto il cardinale Montenegro –. Essa non è una semplice possibilità di  socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelli».
Vivere il Vangelo fino in fondo è l’unico modo per essere credibili. Una radicalità che in questo territorio significa anche non dimenticare che l’accoglienza va garantita sempre e comunque a chi bussa alle porte di casa nostra. La diocesi di Agrigento, Lampedusa in particolare, vive la difficoltà  degli sbarchi di migranti provenienti dall’Africa, ma non si può essere cristiani e rifiutare di accogliere i migranti. Lo ha ribadito anche nel suo messaggio per la Quaresima, durante la celebrazione delle Ceneri ad Agrigento, il cardinale Montenegro, che è anche presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e della fondazione Migrantes.
Guardando all’interno delle comunità ecclesiali, ha usato toni molto duri nei confronti degli operatori pastorali che storcono il naso di fronte alla nuova ondata di arrivi sulle coste siciliane. «Il digiuno, se diventa carità, pulisce il cuore e gli occhi, e fa riconoscere il volto di Cristo nei fratelli  vicini e lontani…anche nelle colonne di schiavi che i faraoni e gli Erode di oggi continuano a condannare alla fame e anche alla morte. Gli sbarchi nella nostra terra sono l’aperta denuncia delle tragedie legate al terrorismo, ai genocidi, agli attentati, ai disastri ecologici – ha sottolineato –. E noi credenti, davanti a tutto questo, non possiamo restare spettatori, né possiamo sentirci a posto con la nostra fede se pensiamo che questa gente (per qualcuno gentaglia) deve tornarsene indietro perché  sono un inquietante disturbo. Convinciamoci che rifiutarli e disprezzarli è rifiutare e disprezzare Cristo». E qui ha aggiunto: «Stento a capire come ci si possa definire buoni cristiani o impegnati operatori pastorali, se poi si nutrono sentimenti antievangelici o si resta indifferenti dinanzi a tanti fratelli immigrati. Agli operatori pastorali che pensano così consiglio, anche per coerenza personale, di sospendere il loro servizio nelle comunità. Il Vangelo o si accoglie e si annunzia tutto o non si è cristiani».

Perchè saliamo su una barca

La testimonianza di Awas Ahmed, Rifugiato somalo in Italia, letta da Valerio Mastandrea.

Capirete cosa è il contagio del male

di Primo Levi
in “La Stampa” del 21 gennaio 2015 - tratto da "Così fu Auschwitz: testimonianze 1945-1986": volume di testimonianze inedite dello scrittore e di un suo compagno di prigionia

Pensate: non più di venti anni fa, e nel cuore di questa civile Europa, è stato sognato un sogno demenziale, quello di edificare un impero millenario su milioni di cadaveri e di schiavi. Il verbo è stato bandito per le piazze: pochissimi hanno rifiutato, e sono stati stroncati; tutti gli altri hanno acconsentito, parte con ribrezzo, parte con indifferenza, parte con entusiasmo. Non è stato solo un sogno: l’impero, un effimero impero, è stato edificato: i cadaveri e gli schiavi ci sono stati. [...]
Ma c’è stato anche di più e di peggio: c’è stata la dimostrazione spudorata di quanto facilmente il male prevalga. Questo, notate bene, non solo in Germania, ma ovunque i tedeschi hanno messo piede; dovunque, lo hanno dimostrato, è un gioco da bambini trovare traditori e farne dei sàtrapi, corrompere le coscienze, creare o restaurare quell’atmosfera di consenso ambiguo, o di terrore aperto, che era necessaria per tradurre in atto i loro disegni.
Tale è stata la dominazione tedesca in Francia, nella Francia nemica di sempre; tale nella libera e forte Norvegia; tale in Ucraina, nonostante vent’anni di disciplina sovietica; e le medesime cose sono avvenute, lo si racconta con orrore, entro gli stessi ghetti polacchi: perfino entro i Lager. È stato un prorompere, una fiumana di violenza, di frode e di servitù: nessuna diga ha resistito, salvo le isole sporadiche delle Resistenze europee.
Negli stessi Lager, ho detto. Non dobbiamo arretrare davanti alla verità, non dobbiamo indulgere alla retorica, se veramente vogliamo immunizzarci. I Lager sono stati, oltre che luoghi di tormento e di morte, luoghi di perdizione. Mai la coscienza umana è stata violentata, offesa, distorta come nei Lager: in nessun luogo è stata più clamorosa la dimostrazione cui accennavo prima, la prova di quanto sia labile ogni coscienza, di quanto sia agevole sovvertirla e sommergerla. Non stupisce che un filosofo, Jaspers, ed un poeta, Thomas Mann, abbiano rinunciato a spiegare l’hitlerismo in chiave razionale, ed abbiano parlato, alla lettera, di «dämonische Mächte», di potenze demoniache.
Su questo piano acquistano senso molti particolari, altrimenti sconcertanti, della tecnica concentrazionaria. Umiliare, degradare, ridurre l’uomo al livello dei suoi visceri. Per questo i viaggi nei vagoni piombati, appositamente promiscui, appositamente privi d’acqua (non si trattava qui di ragioni economiche). Per questo la stella gialla sul petto, il taglio dei capelli, anche alle donne. Per questo il tatuaggio, il goffo abito, le scarpe che fanno zoppicare. Per questo, e non la si comprenderebbe altrimenti, la cerimonia tipica, prediletta, quotidiana, della marcia al passo militare degli uomini-stracci davanti all’orchestra, una visione grottesca più che tragica. Vi assistevano, oltre ai padroni, reparti della Hitlerjugend, ragazzi di 14-18 anni, ed è evidente quali dovevano essere le loro impressioni. Sono questi, dunque, gli ebrei di cui ci hanno parlato, i comunisti, i nemici del nostro paese? Ma questi non sono uomini, sono pupazzi, sono bestie: sono sporchi, cenciosi, non si lavano, a picchiarli non si difendono, non si ribellano; non pensano che a riempirsi la pancia. È giusto farli lavorare fino alla morte, è giusto ucciderli. È ridicolo paragonarli a noi, applicare a loro le nostre leggi.
Allo stesso scopo di avvilimento, di degradazione, si arrivava per altra via. I funzionari del campo di Auschwitz, anche i più alti, erano prigionieri: molti erano ebrei. Non si deve credere che questo mitigasse le condizioni del campo: al contrario. Era una selezione alla rovescia: venivano scelti i più vili, i più violenti, i peggiori, ed era loro concesso ogni potere, cibo, vestiti, esenzione dal lavoro, esenzione dalla stessa morte in gas, purché collaborassero. Collaboravano: ed ecco, il comandante Höss si può scaricare di ogni rimorso, può levare la mano e dire «è pulita»: non siamo più sporchi di  voi, i nostri schiavi stessi hanno lavorato con noi. Rileggete la terribile pagina del diario di Höss in cui si parla del Sonderkommando, della squadra addetta alle camere a gas e al crematorio, e capirete cosa è il contagio del male.

Dopo Mare Nostrum, la tragedia

profughiMARIA CHIARA BIAGIONI, Agenzia Sir (Servizio informazione religiosa) , 11 febbraio 2015

L’Europa guarda con occhio annoiato e distratto la tragedia che si sta consumando in questi giorni al largo delle coste di Lampedusa. Chissà se il numero dei morti che di ore in ore sta crescendo grazie anche alle testimonianze drammatiche dei sopravvissuti, riuscirà a risvegliare nell’opinione pubblica europea un minimo di interesse. Basterebbe anche un piccolo ma reale sussulto di pietà umana. Perché anche la morte di un solo essere umano è un peso sulla coscienza e merita tutta l’attenzione. Ma al largo di Lampedusa, davanti alle coste libiche, i morti sarebbero oltre 300 e non 29 come si era pensato. A raccontarlo sono stati i superstiti del naufragio salvati da un mercantile italiano e giunti a Lampedusa con una motovedetta della Guardia Costiera. Le loro testimonianze - ora al vaglio della Guardia costiera - sono state raccolte dall’Unhcr e parlano di migranti travolti sui gommoni dalle onde del mare in tempesta.

Delle loro storie e delle immagini c’è poco o nulla sui maggiori quotidiani europei e questa “assenza” dà il polso del “sentire europeo”. Le Monde di martedì 10 febbraio dedica addirittura 13 pagine all’affaire Swissleaks, lo scandalo mondiale degli evasori in Svizzera. E tra le inchieste giudiziarie e i giochi finanziari, la tragedia di Lampedusa appare relegata in poche righe a firma del corrispondente da Roma. Le Figaro preferisce dare spazio nelle pagine internazionali alla tragedia ucraina e al braccio di ferro in corso tra l’Europa e la Grecia. In Inghilterra, si riesce a trovare la notizia sul sito di The Guardian solo digitando “Italy” nel motore di ricerca. In Belgio i quotidiani Le Soir e La Libre sono centrati sulla notizia della lotta al terrorismo e sull’arresto di Fouad Belkacem, predicatore di “Sharia4Belgium” d’ispirazione salafista. In Germania, invece, Bild pare ignorare completamente la tragedia di Lampedusa e se si digita “Italien” sul sito del prestigioso Frankfurter Allgemeine Zeitung, esce lo scandalo di Antonio Conte indagato per le partite truccate. Die Welt relega la notizia a una breve ma almeno ammette che la missione di salvataggio “Mare Nostrum” ha portato migliaia di rifugiati nel Mediterraneo in sicurezza. Sostituita poi dall’Ue con la missione “Triton”, che si sta rilevando “inadeguato” citando a questo proposito il parere espresso dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite.

“La tragedia è figlia dell’abbandono di Mare Nostrum”, commenta invece al Sir monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che aggiunge: “Un’operazione che doveva essere condivisa a livello europeo e consentire un canale umanitario attraverso il quale effettivamente accogliere queste persone alla ricerca di una protezione internazionale”. Sostituita dall’operazione “Triton”, la nuova politica europea sul controllo del Mediterraneo - aggiunge Perego - “dimostra di essere assolutamente “insufficiente, incapace di gestire una situazione che sta crescendo”. Perego fa notare infatti come in questi primi due mesi del 2015 gli arrivi sono aumentati rispetto ai primi due mesi del 2014 e i morti sono addirittura triplicati (“restando ancora ai 29 morti di lunedì e non ai 200 su cui la Guardia Costiera sta indagando”). Si è passati cioè dalle 12 vittime accertate nei primi due mesi del 2014 alle 50 nello stesso periodo del 2015. “Non si può far finta di nulla”, incalza monsignor Perego. “È chiaro che l’Italia affronta questa situazione partendo da una condizione di debolezza per la mancanza di un’organizzazione puntuale di prima e seconda accoglienza. E questa debolezza del nostro Paese diventa un vulnus per tutta l’Europa”. Ma si preferisce ignorare la notizia perché - sentenzia Perego - “si vuole rimuovere una responsabilità e non farla emergere. La responsabilità di un’Europa che sostanzialmente non sta governando questi flussi nel Mediterraneo. L’aver tenuto bassa questa informazione da parte dei media europei significa volerla relegare a un problema esclusivamente italiano ma anche non assumersi una responsabilità sul piano europeo come questa tragedia invece chiederebbe”. Per fortuna non manca mai la parola di Papa Francesco che durante l’udienza del mercoledì si è così espresso: “Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime e incoraggiare nuovamente alla solidarietà, affinché a nessuno manchi il necessario soccorso”.

 

Prof. Cacciari - La Chiesa di Francesco e la mistica dell'incontro

Alcuni appunti dalla Conferenza tenuta a Como dal Prof. Cacciari Lunedì 19 Gennaio 2015 dal titolo: “La Chiesa di Francesco e la mistica dell’incontro”. (Testo non riveduto dall'autore)

Papa Francesco mette al centro del suo pontificato tre questioni che hanno un forte legame con la dimensione dell’incontro.

Il tema della povertà, già evidente nel nome scelto. Questione che si mette in forte contraddizione con la cultura corrente. Povertà non tanto nel senso economico del termine, ma povertà in spirito: è necessario svuotarsi del proprio sé per fare spazio all’altro.

Se non sei povero dentro di te (se non fai spazio), ma chi vuoi incontrare? Se non hai luogo dentro te dove accogliere l’altro, ma chi pensi di incontrare? Se pensi di essere auto-sufficiente come puoi incontrare l'altro?

Il tema della Chiesa sempre in riforma (Ecclesia semper reformanda): la Chiesa deve restare in costante movimento, se sta ferma cessa di essere Chiesa. Non può mai stare tranquilla nello status quo. Esame di coscienza ogni mattina del cristiano: non la domanda - sono un bravo cristiano? - ma: non sarò per caso io l'anticristo?

Quindi: se non sei povero e non sei disposto a cambiare come puoi far posto all'altro?

Il tema della misericordia. Una Chiesa che si esprime con la misericordia è una Chiesa che non può predicare certezze. La Verità deve essere espresse con misericordia. Il cristiano, prima di ogni parola, deve farsi prossimo all'altro. Non ci sarà nessun incontro se non sai farti prossimo e capire cosa l'altro ti domanda. Devo cercare, prima di parlare, di conoscere l’altro: la lingua, la cultura, la religione, ecc.

Il Gesuita Papa Francesco porta nel suo modo di porsi alcuni tratti  fondamentali della predicazione di S.Ignazio:

Fiducia nell’uomo: Voi dovete fare tutto quello che potete fare come se Dio non esistesse. Dopo avere fatto tutto il possibile ponete in Dio tutte le vostre speranze.

Universalismo: Per i Gesuiti evangelizzazione è anzitutto comprendere l'altro adattandosi alla cultura che si incontra. Le culture, le fedi, sono tante, tu non puoi esportare la tua cultura. Devi ascoltare l'altro, devi comunicare le tue idee in modo che l'altro le possa comprendere. Non informo l'altro di ciò che so, ma comunico con l'altro.

Viviamo un salto d'epoca di drammaticità straordinaria. La situazione negli ultimi 30 anni si è molto complicata nel rapporto con l’Islam. il rapporto con islam è molto più critico rispetto al rapporto con le altre religioni. Le speranze espresse nei testi del Card. Martini degli anni 90 appaiono oggi quasi irrealistiche. Ci sono stati errori sciagurati di tipo politico nella guerra al terrorismo e nell’intervento durante le primavere arabe. Come è possibile il dialogo ora? Sappiamo che è un esigenza insopprimibile, ma come fare oggi? E’ realisticamente pensabile?

Il dialogo interreligioso non deve essere fatto per eliminare le differenze, altrimenti è meglio neanche avviarlo. Le religioni storiche sono tutt'altro che religioni naturali. Il denominatore comune “credo in Dio” non significa niente!

Il dialogo correttamente fondato può essere solo indirizzato a capire ciò che io, pur non condividendo tutto dell'altro, apprezzo come valore della sua testimonianza. Cosa ha da dirmi l’altro?

Il musulmano non accetterà mai l'idea dell'incarnazione (deus trinitas - Dio come relazione), per il musulmano è bestemmia.

Ascoltare il valore della testimonianza musulmana sull’unicità assoluta di Dio è però molto importante per i cristiani. Dio UNO, tutto il resto diventa relativo. Riscoprire la passione per l’UNO.

Perchè mai ci sarebbe bisogno di giungere ad un accordo? Tollera la contraddizione, mettila in alto, mostrala: guarda che bella la contraddizione! Così fa l'uomo maturo, colui che tollera la contraddizione, non che cerca di risolverla in qualche denominatore comune vuoto, senza sapore, senza sale. Ha sale la passione per l'UNO? Certo! Ha sale il Dio Trinità! Certo! Questo è il metodo del dialogo interreligioso, questo è il metodo del dialogo tra le culture.

Cosa vuol dire misericordia in tutto questo? Capire che se non ti fai prossimo all’altro egli non ti riconoscerà mai come un amico. Non posso chiedere all’altro in prima battuta: tu a cosa credi? Prima devo farmi prossimo, una volta che l'altro vede che mi sono fatto prossimo a lui allora potrò avviare un dialogo interreligioso.

E noi ci siamo fatti prossimi a qualcuno?

Nel corso degli ultimi 60 anni, dal dopoguerra, la convivenza è tragicamente peggiorata. Serve la buona volontà da parte di tutti per ricucire un dialogo su scala locale e su scala mondiale.

Nel 2050 la maggioranza in Europa sarà di provenienza extra-comunitaria e dal punto di vista religioso la maggioranza sarà musulmana. Sapremo europei del 2050 dialogare tra noi?

Non dobbiamo chiederlo all’altro: il valore noto dell'equazione siamo noi. Io voglio dialogare! Cominciamo, mettiamo in moto processi positivi.

Incroci

incroci di strade
Sguardi sul mondo...

A cura della Commissione Cultura e comunicazione

"Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare.."
(Evangelii Gaudium n.46)

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