Parliamo del suolo

suolodi Paolo Pileri, docente di progettazione urbanista presso il Politecnico di Milano - in Il Fatto Quotidiano.it del 8 Dicembre 2014

Il 5 dicembre è la Giornata mondiale del suolo. Perché celebrarla? Ci sono mille cose che stanno a cuore al cittadino, è mai possibile dedicare attenzione al suolo? Non ci sono altre priorità, ben più grandi?

Sono proprio queste le domande che preoccupano da anni quanti si stanno sgolando nello spiegare che riconoscere al suolo la dignità di risorsa ambientale e quindi attivarsi a tutelarlo non è la fissa di alcuni ma l’urgenza per tutti. Sappiamo poco del suolo e facciamo ancora meno. È sotto i nostri piedi e culturalmente lo consideriamo un corpo morto, sporco, inerte. Il suolo è esattamente il contrario di tutto questo. Un ettaro di suolo agrario fornisce il cibo annuo a 6 persone.

Custodisce il 30% della biodiversità terrestre il che vuol dire che lavora alle nostre difese immunitarie e a generare principi attivi per le nostre cure. Il suolo è una spugna sorprendente e riesce a immagazzinare acqua fino a 3,8 milioni di litri per ettaro evitandoci esondazioni peggiori. Trattiene tra le 3 e le 4 volte il carbonio che c’è in atmosfera. Il suolo è base e sostanza del nostro paesaggio. Insomma senza il lavoro del suolo, non sarei qui a scrivere e voi a leggere. Eppure ogni anno il suolo lo offendiamo, consumiamo, inquiniamo. In Europa ogni giorno vengono cementificati più di 250 ettari (una città come Berlino all’anno al posto di suoli agricoli) e in Italia 8 metri quadri diventano cemento ogni secondo. Pensate che per generare 10 cm di suolo ci vogliono 2000 anni. Nel mondo i danni prodotti da erosione/desertificazione hanno un costo stimato di 70 dollari a testa, neonati compresi. Una follia. Un debito che continua a crescere, indebitando il futuro. Ogni ettaro che viene urbanizzato richiede una spesa pubblica annua di 6500 euro per tenere puliti fogne, canali, scoli.

Pochi sanno tutto ciò e quindi in tantissimi pensiamo che il suolo non sia importante e che, anzi, cementificare sia sempre un bene perché fa bene all’economia. Non è più così. Non è più così da tempo. Oggi le normative degli Stati sono deboli nella tutela dei suoli. Soprattutto quella italiana che non lo tutela per niente, anzi il suolo è visto come rendita e fonte di guadagno se cementificato. Perdita per tutto il resto. Ecco perché la giornata mondiale sul suolo. Per spiegarci che dobbiamo occuparcene. Che deve essere in cima alle nostre agende. Che dobbiamo smettere di consumare suolo se vogliamo conservare un po’ di futuro.

Dall’uso che facciamo e faremo del suolo ci riconosceremo e ci riconosceranno. Tutto questo dobbiamo saperlo e ricordarlo, farlo sapere e farlo ricordare. Chiedete al vostro comune di non far consumare più un solo metro quadrato di suolo.

Impegno delle fedi contro la schiavitù

schiavitùDi ritorno dal viaggio in Turchia, dove ha incontrato esponenti ortodossi, musulmani ed ebrei, papa Francesco ha compiuto il 2 dicembre 2014 un altro passo nel percorso di collaborazione con le altre confessioni religiose in difesa della dignità umana. Ha infatti firmato in Vaticano, insieme ai rappresentanti delle altre religioni mondiali – anglicani, ortodossi, buddisti, indù, ebrei e musulmani – una dichiarazione comune per l’impegno delle fedi all’eliminazione entro il 2020 della schiavitù moderna e della tratta.

DICHIARAZIONE

Noi firmatari siamo oggi qui riuniti per un’iniziativa storica volta ad ispirare azioni spirituali e pratiche da parte di tutte le religioni del mondo e delle persone di buona volontà per eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020. Agli occhi di Dio*, ogni essere umano, ragazza o ragazzo, donna o uomo, è una persona libera, destinata a esistere per il bene di ognuno in eguaglianza e fraternità. 

Le diverse forme di schiavitù moderna, come la tratta degli esseri umani, il lavoro forzato e la prostituzione, il traffico di organi e qualsiasi altra pratica contraria ai concetti fondamentali di uguaglianza, libertà e pari dignità di ogni essere umano, deve essere considerata Crimine contro l’umanità. Qui e oggi, assumiamo l’impegno comune di fare tutto il possibile, all’interno delle nostre comunità di credenti e all’esterno di esse, per ridare la libertà a chi è vittima di schiavitù o di tratta di esseri umani, restituendo loro speranza nel futuro. Oggi abbiamo la possibilità, la consapevolezza, la saggezza, i mezzi innovativi e le tecnologie necessarie a raggiungere questo obiettivo umano e morale. 

*Il Grande Imam di Al Azhar usa la parola “religioni”. 

La dichiarazione è stata firmata:

  • da Papa Francesco,
  • dal dottor Justin Welby, arcivescovo di Canterbury e primate anglicano,
  • dal metropolita Emmanuele di Francia (in rappresentanza del patriarca ecumenico Bartolomeo I),
  • dai rabbini Abraham Skorka e David Rosen,
  • da Abdalla Abbas Soliman (in rappresentanza Mohamed Ahmed El-Tayeb, grand imam of Al-Azhar che è il Vaticano dei sunniti)
  • dall'ayatollah Mohammad Taqi al-Modarresi Sheikh Naziyah Razzaq Jaafar (in rappresentanza dell'ayatollah Sheikh Basheer Hussain al Najafi Sheikh Omar Abboud)
  • da Datuk K Sri Dhammaratana, leader degli Hara Krishna arrivato dalla Malesia,
  • dalla santona indiana Mata Amritanandamayi, presidente del Math Mam da lei stessa fondato,
  • dal venerable Bhikkhuni Thich Nu Chan Khong rappresentante dello Zen Master Thich Nhat Hanh, poeta e pacifista vietnamista che Martin Luter King propose per il Nobel della pace nel 1967.

Il richiamo alla gratuità

albero di limoni

 

di Mauro Magatti
in “Corriere della Sera” del 22 novembre 2014


La buona notizia che papa Francesco ha voluto rilanciare commentando la pagina del Vangelo in cui Gesù scaccia i mercanti dal tempio è che ci sono dimensioni della vita che non hanno prezzo. Dimensioni, cioè, che non sono assoggettabili alla logica dello scambio monetario organizzato dal mercato. Scambio che ha grandi meriti e risolve tanti problemi della nostra convivenza. Ma che ci intossica se gli permettiamo di regolare ogni campo della vita. Ridotti a mera quantità (un prezzo), ci sono «beni» che perdono il loro valore. Ad esempio, non ci verrebbe mai in mente di quantificare il «lavoro» di cura di nostro padre o nostra madre. Ci «piace» pensare che siamo stati allevati  «gratuitamente». Semplicemente perché qualcuno ci ha amati. Convinzione che riconosce persino una nota pubblicità quando recita, quasi fosse un lapsus, che «ci sono cose che non si possono comprare». In questo modo, il Papa dice che la religione e la Chiesa sono «sale della terra» se rimangono capaci di guardare le situazioni della vita da un punto di vista eccentrico rispetto a quello puramente mondano. Che oggi tende a essere ridotto all’economico. E che proprio in tale differenza sta il valore di ciò che la Chiesa annuncia e pratica. Per i fedeli, certo. Che sono così sollecitati a capire che un sacramento è qualcosa di qualitativamente diverso da una merce. Ma anche per la società nel suo insieme. Perché, come ha notato il filosofo americano Michael Sandel, mantenere luoghi e relazioni basate sulla gratuità — e che così tengono vivo un modo originale di pensare,agire, giudicare — è un fatto di libertà. Tanto più che oggi tendiamo a confondere ciò che è gratis con ciò che non ha valore. E invece, Francesco ci ricorda che anche in una società di mercato è vero piuttosto il contrario. Ciò che non ha prezzo, in quanto inestimabile, cioè non riducibile a mera quantità, è ciò che ci sta più a cuore. Ce lo dice la stessa parola «grazia» da cui il termine «gratuito» deriva. Grazia come bellezza, dono inaspettato, evento che salva. Che è poi la parola che pronunciamo mille volte, senza pensarci, nelle nostre giornate convulse: «grazie». Formula breve per dire «è grazia». Nonostante tutto, buona parte della bellezza della nostra vita continua a passare per vie inesplicabili e incalcolabili.

Il Papa scuote un'Europa spenta

papa strasburgo

di Mauro Magatti
in “Corriere della Sera” del 26 novembre 2014

In Europa papa Francesco è considerato un’autorità morale ben al di là dei confini della sua Chiesa.
Nel discorso a Strasburgo, facendosi voce dei popoli e in particolare dei poveri, ha richiamato i politici alle loro responsabilità. L’Unione Europea è un grande progetto, ma c’è qualcosa che non funziona: sfiducia nelle istituzioni, dominio delle burocrazie, aumento delle diseguaglianze, senso di solitudine, negazione dei diritti individuali. A cominciare dalla libertà religiosa e dalla vita.
L’Europa sembra un’anziana signora viziata da un’opulenza che non può più permettersi.
La diagnosi di Francesco è severa ma realistica: la sclerosi europea è conseguenza della chiusura dell’Io su se stesso. Un Io isolato, privatizzato, ripiegato sulla contingenza, non può che finire per essere dominato da apparati impersonali e autoreferenziali che, umiliando le istituzioni democratiche, arrivano a calpestare la dignità umana. Il suo discorso converge su questo punto: la grande storia europea ha il merito di aver fatto emergere l’Io individuo. Ma adesso questa storia è destinata ad arrestarsi se non riconoscerà la costituiva relazionalità della persona. Nelle sue molteplici dimensioni.
Tra terra e cielo: tenendo aperta la dialettica tra contingenza e trascendenza, fisica e metafisica, scienza e religione. Nei rapporti politici: con il compito di realizzare forme istituzionali innovative capaci di concretizzare il motto dell’Unione — unità nella diversità — che è l’opposto di quella uniformità burocratica e procedurale che mortifica la varietà dei popoli europei.
A livello sociale: con il riconoscimento del ruolo insostituibile dei corpi intermedi (famiglie,
associazioni, scuola, partiti) nel creare lo spazio della libertà personale. Rispetto all’ambiente: superando le pratiche di sfruttamento delle risorse naturali che preparano solo disastri.
Francesco indica così al Vecchio Continente la prossima tappa del suo cammino secolare. Dopo il tempo della sovranità (individuale e statuale) viene il tempo della relazionalità. È lavorando su questa idea che l’Europa può riaccendere quella speranza che sembra oggi mancare: la storia della libertà non è destinata al vicolo cieco dell’individualismo radicalizzato o al suo contrario, il fondamentalismo identitario. Riconoscendosi in relazione, essa può aspirare a forme più alte di umanità e socialità.

Ma la Madonna appare a un’ora stabilita?

Ma la Madonna appare a un’ora stabilita?

di Luciano Monari (Vescovo di Brescia) in “Settimana” n. 32 del 21 settembre 2014

Da un avviso parrocchiale: «Domenica ... alle ore 16,30 ..., recita del santo Rosario; seguirà la celebrazione della Messa. Alle ore 18,40 la veggente avrà l’apparizione della Madonna...». Mi viene un sussulto: come? si può programmare anche giorno e ora dell’apparizione della Madonna?

Immagino la Madonna che, assunta in cielo in corpo e anima, viene nella parrocchia X, nel momento in cui la veggente la invoca e mi sento un poco a disagio.

Negli ultimi tempi le “apparizioni della Madonna” si moltiplicano, tanto che si ha l’impressione di una strategia di rivelazione universale. Ai luoghi tradizionali (Lourdes, Fatima, La Salette...) se ne aggiungono molti nuovi, tanto che i vescovi fanno fatica a seguire tutto, a valutare la veridicità delle esperienze, a suggerire o scoraggiare l’afflusso dei pellegrini nell’uno o nell’altro luogo. Incoraggiare potrebbe essere un invito alla superstizione, al gusto dello straordinario; scoraggiare potrebbe essere una mortificazione dello spirito religioso. Come comportarsi? Come vuole Dio che ci comportiamo di fronte a questi fenomeni? Si ricorre al criterio evangelico dei frutti: se i frutti sono buoni, vuol dire che è buono l’albero, e viceversa. Ma anche questo non è un criterio sicurissimo: bisognerebbe che i frutti fossero tutti di un tipo – o tutti buoni o tutti cattivi. E purtroppo, di solito, i frutti si trovano mescolati; ci sono molti che si convertono e ritrovano la fede, la voglia di pregare: frutti buoni; ci sono anche manifestazioni di fanatismo o interessi economici ambigui: frutti acerbi.

Partiamo da una domanda semplice: dove si trova il Signore Gesù risorto? E dove si trova sua madre, risorta dopo di Lui e a motivo di Lui? Naturalmente non si trovano in un luogo particolare del mondo; in questo caso, sarebbe definibile il loro “luogo” con delle coordinate cartesiane. Non è così: il luogo del Signore risorto, quello che sarà il luogo di tutti i risorti con Lui, è semplicemente Dio. Gesù risorto vive in Dio; Maria assunta vive in Dio; noi risorgeremo in Dio.

Naturalmente, né io né chiunque altro può spiegare come sia fatto questo misterioso “luogo” che è Dio stesso o come si possa “abitare” in questo luogo; non possiamo perché non conosciamo Dio se non in modo parziale, attraverso l’analogia. Vengono in memoria le parole decisive del concilio Lateranense IV secondo il quale il vero Dio è «immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile» e, di conseguenza, «tra il creatore e le creature non si può osservare una qualche somiglianza che non si debba osservare tra loro una dissomiglianza più grande».

Quando diciamo di Maria che “appare” a qualcuno in un luogo e in un tempo particolare, vogliamo dire che in quel luogo e in quel tempo una persona (o un gruppo di persone) ha vissuto un’esperienza singolare e intensa della presenza di Maria; che ha “visto” una forma umana riconoscibile come quella di Maria e udito parole umane la cui origine viene attribuita a Maria. Il fatto che altre persone, presenti nello stesso luogo e tempo, non facciano la medesima esperienza (non vedano la stessa forma e non sentano le stesse parole) significa che la percezione di Maria non è una percezione naturale (che ha origine cioè dai sensi e dal loro funzionamento usuale), ma, eventualmente, un dono speciale concesso a qualcuno per un motivo particolare di Dio. La forma, la natura, le caratteristiche di questa esperienza dipendono dal dono di Dio (che è libero) e dipendono dalla capacità ricettiva della persona stessa (che è comunque limitata).

Posto questo, posso rivedere le immagini che mi erano venute in testa leggendo: alle ore 18,40 (colpisce la precisione!) apparirà la Madonna. Questo non vuol dire che la Madonna accorrerà in quel momento nella parrocchia di X lasciando il paradiso di Dio; e nemmeno che chi, sfortunatamente, in quel momento si trovasse lontano dalla parrocchia di X, dovrebbe necessariamente rinunciare a incontrare la presenza di Maria perché Maria è “altrove”. Vuol dire invece che la veggente, che vive una devozione mariana particolarmente intensa e ha avuto doni di preghiera particolarmente vivaci, si porrà in quel momento in un atteggiamento di preghiera, nel contesto di una comunità che pregherà con lei; che questa preghiera potrà renderla “recettiva” nei confronti della presenza soprannaturale di Maria (una presenza che, in qualche modo, c’è sempre quando un cristiano prega, ma che qualcuno, in un momento particolare, per grazia, può percepire con maggiore intensità e chiarezza); che addirittura, se Dio vorrà, in questa esperienza potrà accogliere un invito a un cammino di purificazione e di santificazione; che questa esperienza intensa potrà sollecitare altre persone presenti a fare anch’esse, nella preghiera, esperienza della vicinanza di Maria e, attraverso questa esperienza, esperienza dell’amore (anche) “materno” di Dio stesso... Per questo assume grande rilevanza il giudizio sulla maturità, la fede, la sincerità, l’umiltà, il disinteresse dei “veggenti”.

In ogni modo, vale anche per questa esperienza un principio della filosofia scolastica, secondo cui: quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur, e cioè: tutto ciò che viene ricevuto, viene ricevuto secondo la capacità e il modo di ricevere di colui che lo riceve. Il professore dice le medesime parole a una scolaresca intera, ma ciascuno degli ascoltatori riceverà i messaggi dell’insegnante secondo la sua capacità di ricevere (di capire, comprendere, afferrare). La “veggente” parla e descrive la sua esperienza religiosa, sembra avere qualità buone di “ricezione”, altre persone sono portate ad aver fiducia in lei e accolgono come vere le sue parole, sono attirate a pregare a loro volta; ma, come per tutti, anche la ricezione della “veggente” non è completa e perfetta e la sua esperienza non può diventare una regola che definisce l’esperienza religiosa degli altri. Ci potranno essere reazioni diverse: per alcuni, pregare insieme alla veggente (o dove ha pregato la veggente) significherà fare un’esperienza particolarmente intensa, sentire un invito urgente alla fede, a una vita nuova e migliore; per altri, quella esperienza rimarrà una semplice (che non significa banale!) esperienza di preghiera mariana.

Bisogna però diventare attenti ai rischi che sono presenti in ogni esperienza religiosa di questo tipo: il primo è che la fede cristiana venga ridotta ai fenomeni straordinari, mentre la vera misura della fede è l’obbedienza a Dio (“fare la volontà di Dio”) nel quotidiano; il secondo è che il gusto del miracoloso allontani dalla fatica di vivere la durezza del mondo per gustare la dolcezza dei mondi immaginari; il terzo è che, nella figura di Maria, vengano sottolineati elementi secondari e ci si allontani dall’essenziale: il suo ascolto della parola di Dio, la sua fede obbediente, la sua maternità divina, la sua esemplarità nei confronti del mistero della Chiesa.

In concreto: se qualcuno trova in queste esperienze un arricchimento della fede, se ne serva con semplicità. Ma stia bene attento a verificare in se stesso gli effetti reali: sappia distinguere una reale crescita di maturità spirituale da un’emozione spirituale ambigua. È sempre possibile vivere processi di regressione nei quali diminuisce il senso di responsabilità delle proprie azioni: andare dietro a illusioni, non è senza conseguenze negative sulla propria vita.

Per un cristiano il criterio vero è Gesù Cristo: questa esperienza ti porta a conoscere meglio e ad amare di più Gesù Cristo? Ti spinge a una vita più evangelica, cioè più ricca di fede in Dio, di amore verso gli altri, di dominio di te stesso, di servizio umile...? O, in questa esperienza, sei portato a dimenticare Gesù Cristo, ad abbandonare la Messa, a considerare superflua la Chiesa?

Cerchi forse una via di fuga facile dalla realtà troppo pesante? Se vuoi essere all’altezza della tuadignità di persona umana, devi porti questi interrogativi e devi rispondere con verità. Al contrario, se qualcuno non sente bisogno di queste esperienze o non trova in esse un nutrimento vero dalla sua vita spirituale, rimanga tranquillo; non si faccia scrupoli come se stesse rifiutando una grazia, ma non diventi nemmeno accusatore impietoso della fede (considerata infantile) degli altri.

Una cautela particolare debbono avere, però, i preti. Il motivo è che un prete appartiene strutturalmente a un presbiterio e quindi coinvolge il presbiterio intero nella sua predicazione e nel suo ministero pastorale. I fedeli hanno il diritto di ricevere dai preti un insegnamento e una prassi sacramentale che li inserisca correttamente e in pienezza nel mistero della Chiesa, niente di meno (quindi un prete non può “facilitare” l’appartenenza alla Chiesa esonerando da comportamenti necessari) e niente di più (quindi un prete non può esigere niente di più di quanto esige la Chiesa).

Per questo un prete deve stare attento che i suoi comportamenti non si configurino (e non possano essere interpretati) come un’approvazione indebita di fenomeni sui quali la Chiesa non ha ancora dato un giudizio; si renderebbe responsabile delle illusioni e delle conseguenti deformazioni spirituali delle persone.

Ho steso queste riflessioni senza riferirmi a casi particolari. Ho parlato, quindi, di “apparizioni” in genere, prescindendo dai “messaggi” che, a volte, sono legati a questi fenomeni. Sui messaggi bisognerebbe aggiungere altre riflessioni: che debbono essere uno stimolo a un’autentica vita di fede, di speranza e di carità; che debbono essere conformi con l’insegnamento del vangelo, con la fede della Chiesa, con la morale cristiana; se un messaggio si oppone alla fede (al Credo), il messaggio certo non viene da Dio. Soprattutto bisogna essere cauti quando si tratta di “profezie” che anticiperebbero eventi (generalmente paurosi) del futuro. Nella maggior parte dei casi, queste profezie sono fughe da un presente difficile da capire e da vivere, nascono da un risentimento inconsapevole nei confronti del mondo e della storia, distraggono le persone dalla responsabilità di vivere qui, oggi, la volontà di Dio.

Ma su tutto questo il giudizio ultimo appartiene al papa e al collegio dei vescovi insieme con lui. A me e al presbiterio insieme con me il Signore chiede di vegliare perché il cammino dei credenti sia indirizzato correttamente verso una crescita di fede e non devii invece verso un desiderio non sano di cose straordinarie. I segni sono certamente preziosi, ma, in sé, ri mangono insufficienti (cf.Mt 7,22- 23) e possono anche essere ambigui (cf. Mc 13,22); la fede nel Signore Gesù morto e risorto, l’amore verso il prossimo sono invece pienezza di bene e fondamento sicuro di speranza. A questo ci conducono la parola di Dio e l’eucaristia che debbono essere la traccia centrale del nostro impegno di tutti i giorni.

Il Signore ci benedica e ci faccia crescere e abbondare nella fede e nell’amore.

Luciano Monari,

vescovo di Brescia

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Sguardi sul mondo...

A cura della Commissione Cultura e comunicazione

"Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare.."
(Evangelii Gaudium n.46)

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