I profughi a Erba e la cultura dell'incontro

In questi giorni a Erba si parla dell'arrivo di un gruppo di profughi. Interessante ascoltare la voce di Papa Francesco nel suo messaggio in vista della giornata del migrante e del rifugiato

Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato - Papa Francesco, 24 settembre 2014

Cari fratelli e sorelle! Gesù è «l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona » (Esort. ap. Evangelii gaudium, 209). La sua sollecitudine, particolarmente verso i più vulnerabili ed emarginati, invita tutti a prendersi cura delle persone più fragili e a riconoscere il suo volto sofferente, soprattutto nelle vittime delle nuove forme di povertà e di schiavitù. Il Signore dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» ( Mt 25,35-36). Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è perciò di amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. Pertanto, quest’anno la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato ha per tema: Chiesa senza frontiere, madre di tutti.

In effetti, la Chiesa allarga le sue braccia per accogliere tutti i popoli, senza distinzioni e senza confini e per annunciare a tutti che «Dio è amore» (1Gv4,8.16). Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha affidato ai discepoli la missione di essere suoi testimoni e di proclamare il Vangelo della gioia e della misericordia. Nel giorno di Pentecoste, con coraggio ed entusiasmo, essi sono usciti dal Cenacolo; la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua; così fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere. Quel mandato copre ormai due millenni di storia, ma già dai primi secoli l’annuncio missionario ha messo in luce la maternità universale della Chiesa, sviluppata poi negli scritti dei Padri e ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II. I Padri conciliari hanno parlato di Ecclesia mater per spiegarne la natura. Essa infatti genera figli e figlie e «li incorpora e li avvolge con il proprio amore e con le proprie cure» (Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 14).

La Chiesa senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare. Se vive effettivamente la sua maternità, la comunità cristiana nutre, orienta e indica la strada, accompagna con pazienza, si fa vicina nella preghiera e nelle opere di misericordia.
Oggi tutto questo assume un significato particolare. Infatti, in un’epoca di così vaste migrazioni, un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso.

Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e amettere  in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, a causa della debolezza della nostra natura, «sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270). Il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di ridurre le distanze che separano dai drammi umani. Gesù Cristo è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli, e anche in questo modo ci chiama a condividere le risorse, talvolta a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere. Lo ricordava il papa Paolo VI, dicendo che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri» (Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 23). Del resto, il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione. I movimenti migratori, infatti, sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture. A tal fine non può bastare la semplice tolleranza, che apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione ... ad un atteggiamento che abbia alla base la 'cultura dell’incontro', l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno » (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2014). I movimenti migratori hanno tuttavia assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. In effetti, le migrazioni interpellano tutti, non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche «per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che sollevano, per le sfide drammatiche che pongono alle comunità nazionali e a quella internazionale » (BenedettoXVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62).

Nell’agenda internazionale trovano posto frequenti dibattiti sull’opportunità, sui metodi e sulle normative per affrontare il fenomeno delle migrazioni. Vi sono organismi e istituzioni, a livello internazionale, nazionale e locale, che mettono il loro lavoro e le loro energie al servizio di quanti cercano con l’emigrazione una vita migliore. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi, è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana. In tal modo, sarà più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù. Lavorare insieme, però, richiede reciprocità e sinergia, con disponibilità e fiducia, ben sapendo che «nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione» (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2014).
Alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre.
Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico- finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso. 

Cari migranti e rifugiati! Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza! Pensiamo alla santa Famiglia esule in Egitto: come nel cuore materno della Vergine Maria e in quello premuroso di san Giuseppe si è conservata la fiducia che Dio mai abbandona, così in voi non manchi la medesima fiducia nel Signore. Vi affido alla loro protezione e a tutti imparto di cuore la Benedizione apostolica.

 

Ogni popolo guardi il dolore dell’altro

In queste giornate segnate dal riesplodere del conflitto israelo-palestinese e da numerosi focolai di guerra in molte aree del pianeta riproponiamo una riflessione del Cardinale Martini pubblicata sul Corriere della Sera il 27 agosto 2003. E subito sotto un articolo che testimonia un tentativo di attualizzazione delle parole del Cardinale...

«Ogni popolo guardi il dolore dell’altro. E la pace sarà vicina»
di Carlo Maria Martini in Corriere della Sera del 27 Agosto 2003

Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.

È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.

Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli

invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo.

Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.

Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri". Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio.

Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7). Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II – può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza. È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace.

Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso.

Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.

Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.

Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.

Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di  comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.


In Israele e in Palestina vi sono famiglie che superano l'odio - di Anne Guion in “www.lavie.fr” del 9 luglio 2014 (traduzione: www.finesettimana.org)

La morte di quattro adolescenti ha innescato un ciclo di violente rappresaglie in Israele. Eppure, al di là della vendetta, vi sono famiglie arabe ed ebree che fraternizzano.

Yishai Fraenken, lo zio di Naftali, 16 anni, uno dei tre giovani israeliani rapiti in Cisgiordania i cui corpi sono stati trovati il 30 giugno, non si è posto domande quando Nir Barkat, il sindaco di Gerusalemme venuto a presentare le condoglianze alla famiglia, gli ha teso il telefono. All'altro capo del filo, c'era Hussein, il padre di Mohamed Abu Khodeir, anche lui 16 anni, palestinese di Gerusalemme-est, ucciso alcuni giorni dopo, senza dubbio vittima di una vendetta cieca. “Il sindaco mi ha chiesto se volevo parlargli, racconta a La Vie quel direttore generale di Intel a Gerusalemme. Ho detto: certamente! Eravamo entrambi scioccati per ciò che era accaduto a suo figlio. Un assassinio è un assassinio”. La conversazione al telefono è durata alcuni minuti, in ebraico, lingua che Hussein Abu Khodeir ha imparato a scuola. “Gli ho fatto le mie condoglianze, e lui mi ha espresso le sue. Non penso che sia stato sorpreso da questa conversazione. Sapete, sono parole molto semplici che si scambiano gli esseri umani in queste circostanze. Il fatto di aver perduto Naftali in quelle condizioni fa sì che ci identifichiamo con quella famiglia. Sappiamo ciò che anche loro provano oggi”.

Una storia che sembra quasi irreale, tanto i due campi sono oggi nemici. Dalla morte degli adolescenti, le violenze tra le due comunità continuano. Vi sono state sommosse nelle vie di Gerusalemme e in Cisgiordania, lo scorso fine settimana, che hanno fatto temere una terza intifada. Un video che mostra il cugino di Mohamed Abu Khodeir mentre viene picchiato con violenza da poliziotti israeliani infiamma le reti sociali, che rigurgitano di appelli alla vendetta da entrambe le parti. Lo Stato ebraico si dice pronto a “fare pagare il prezzo forte” ad Hamas e ha lanciato un'operazione aerea sulla striscia di Gaza. Eppure, come in quella telefonata tra genitori sconsolati, un'associazione, il Circolo dei genitori-Forum delle famiglie, agisce tra le quinte per mettere in contatto coloro che sembrano inconciliabili: i parenti delle vittime delle due parti.

Tutto è cominciato nel 1994, quando un giovane soldato israeliano, Arik Frankenthal, viene assassinato da un gruppo di Hamas. Suo padre, Yitzhak, uomo d'affari, offeso nel vedere il suo dolore strumentalizzato dall'estrema destra che vuole far fallire il processo di pace, decide di agire. Prende contatto con famiglie colpite da attacchi palestinesi e fonda con loro il Circolo dei genitori-Forum delle famiglie. Nel 1998 viene organizzato un primo incontro con famiglie palestinesi di Gaza, anch'esse in lutto. Poi, due anni dopo, si creano rapporti tra famiglie di Cisgiordania. Oggi, l'associazione, che conta 600 famiglie in Israele, nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, si mobilita affinché cessi la follia delle rappresaglie. Membri palestinesi e israeliani sono andati a visitare le famiglie dei quattro adolescenti. Una “Lettera alle madri sconsolate” sarà pubblicata sulla stampa israeliana. Nei giorni successivi, un gruppo misto – israeliani e palestinesi d'Israele – andranno a visitare la maggior parte delle famiglie dell'associazione. “Le prime reazioni dei nostri membri sono unanimi: tutti parlano ad una voce e invitano alla calma”, testimonia Robi Damelin, portavoce dell'associazione, il cui figlio, David, è stato ucciso nel 2002 da uno sniper in Cisgiordania, mentre era di pattuglia.

Difficile dire se il rifiuto della vendetta, quest'idea che un dialogo è possibile, progredisca all'interno delle due parti. L'attualità sembra provare tragicamente il contrario. Eppure, afferma Robi Damelin, “le poche parole scambiate tra Yishai Fraenken e Hussein Abu Khodeir ne sono un po' la prova. Rappresentano una goccia di buon senso in un oceano di follia... e hanno il merito di esistere”. C'è anche il lavoro paziente dell'associazione che moltiplica gli incontri, in particolare con studenti. In totale, 25 000 persone hanno già partecipato a queste riunioni che comprendono talvolta giochi di ruolo, in cui ognuno cerca di mettersi al posto dell'altro, per provocare empatia.

Curiosamente, è a partire da un lutto condiviso che il dialogo può avere inizio. “Quando mi sono recata ad un primo seminario dell'associazione, che riuniva famiglie israeliane e palestinesi, non ero affatto sicura di me, racconta Robi Damelin. Non sono stata immediatamente convinta del modo di procedere. Mi ci è voluto del tempo per superare i miei pregiudizi, per comprendere i palestinesi presenti. Mio figlio David era una persona più tollerante di me. Il dolore della sua perdita ha creato come un vuoto in me che mi ha resa meno egocentrica, che mi ha portata a vedere innanzitutto ciò che poteva essere la cosa migliore per tutti”.

L'israeliano Doubi Schwartz e il palestinese Mazen Faraj, entrambi co-direttori dell'associazione, cercano di esprimere questo processo intimo in una lettera pubblicata su Libération il 31 marzo scorso: “Si tratta di un processo che permette a ciascuna delle parti di riconoscere il dolore dell'altro, di ammetterne una certa responsabilità; di un modo nuovo di guardare il conflitto che non si accontenta più dei concetti semplicistici di aggressore e di vittima, ma che si caratterizza con una maggiore complessità, in cui ognuna delle parti riconosce in una certa misura di essere responsabile della situazione. È questa sensazione comune di vulnerabilità che l'associazione cerca di portare allo scoperto nella speranza che essa permetta l'empatia, il cambiamento e la convinzione che la fine del conflitto è indispensabile e possibile”.

Se coloro che hanno pagato il prezzo più alto, la perdita di un essere amato, sono capaci di parlare con le persone sconsolate della parte avversa, senza cercare di vendicarsi, tutto sembra ancora possibile... Ad esempio il Circolo dei genitori-Forum delle famiglie si recherà prossimamente a Sderot, per sostenere i membri dell'associazione che subiscono i lanci di razzi provenienti dalla striscia di Gaza. “Insieme, telefoneremo alle famiglie in lutto di Gaza”. Giusto una telefonata. Poche parole scambiate tra esseri umani.

Comunicazione al servizio di un'autentica cultura dell'incontro

48ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Comunicazione al servizio di un'autentica cultura dell'incontro

1 giugno 2014

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più "piccolo" e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all'interno dell'umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose.

In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all'impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell'incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.

Esistono però aspetti problematici: la velocità dell'informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un'espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici. L'ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali, rischia di essere escluso.

Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri.

Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.

Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.

Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore.

La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2014, memoria di san Francesco di Sales

FRANCISCUS

La normalità del bene

di Armando Torno
in “La Stampa” del 22 giugno 2014

L’arresto del presunto assassino di Yara ha calamitato l’attenzione mediatica sulla famiglia dell’accusato. Era inevitabile, per la complessa vicenda, che stava alle sue spalle, di lontani amori clandestini, di figli naturali attribuiti a un inconsapevole padre putativo. Una storia di per sè trascurabile, buona semmai ad alimentare pettegolezzi di paese, se non fosse che di là sono partite le assidue e sofisticate indagini della polizia.

E’ rimasta nell’ombra la famiglia della vittima, e per scelta propria. Fin dall’inizio della sciagura che li ha colpiti, Fulvio e Maura Gambirasio, i genitori di Yara, hanno manifestato nel loro dolore una impressionante compostezza, accompagnata dal riserbo. Non hanno alimentato programmi televisivi che, sotto specie virtuosa, indulgono alla morbosa attrazione per i fatti di sangue. Non si sono prestati allo sciocco intervistatore di turno che, a cadavere ancora caldo, chiede ai parenti dell’ammazzato se sono disposti al perdono. Sono usciti dal silenzio soltanto in due occasioni. La prima volta, a un mese dalla scomparsa di Yara, per invocare pietà da un possibile sequestratore. La seconda volta nel novembre scorso, quando la madre ha scongiurato le persone che avessero qualche conoscenza utile alla soluzione del caso, di farsi avanti per evitare che l’assassino “possa ripetersi”. (Nelle poche fotografie, lui mostra uno sguardo fermo e pacato, lasciando alla moglie il capo chino da mater dolorosa). Un comportamento che, nei tratti esteriori, non hanno dismesso, anche dopo l’arresto di chi sembra il colpevole. Ma le scarne confidenze emerse da colloqui privati aiutano ad arricchire e rifinire i loro tratti. Esprimono fiducia nella magistratura, ma invitano alla cautela contro possibili errori. Di più, Fulvio Gambirasio ha ricevuto la visita del suo parroco e al momento del congedo gli ha detto: “Prega per tutti, anche per la famiglia della persona fermata, anche per lui”.

Una magnanimità che ci stupisce ma che per lui deve, presumibilmente, apparire naturale. Per questa, e per altre efferatezze registrate dalle cronache negli ultimi giorni, per l’angosciante presenza del male, a qualcuno è venuto bene evocare il nome di Dostoevskij. Citazione appropriata. Ma si dimentica spesso che quel grande scrittore sa rappresentare anche un altro versante dell’animo umano, incline contro ogni smarrimento al sentimento e alla pratica della bontà. E’ Sonja in Delitto e castigo, Alioscia nei Fratelli Karamazov, il principe Myskin nell’Idiota... I signori Gambirasio, senza bisogno di ulteriori puntelli, sanno testimoniare la normalità del bene. Inducono, nonostante tutto, a non disperare dell’uomo.

Il vino dei draghi

In questa campagna elettorale in cui non sono mancati l'insulto personale e l'aggressività, e leggendo ancora ieri delle grida razziste al calciatore Balotelli, mi ha fatto bene leggere questa breve riflessione sull'ira. 

Spegnere il fuoco dell'ira - Dal Blog Sperare per tutti di Christian Albini

Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a noi in Cristo (Ef 4,31-32).

L’ira è un pensiero malvagio particolarmente diffuso nella nostra società, segnata da relazioni conflittuali e da un individualismo aggressivo. È un fuoco che distrugge, un vero e proprio veleno che i padri della chiesa chiamavano “vino dei draghi”. Contagia i nostri rapporti con le persone, provocando ferite personali e sociali. Lo si avverte a partire da una comunicazione, sia privata sia pubblica, che assume facilmente toni violenti, dove non c’è tensione verso il bene, ma prevalgono pulsioni distruttrici.

Anche Gesù andava in collera. Nei confronti del male, però, mai contro qualcuno. Egli era anzi l’uomo mite e umile di cuore, capace di praticare sulla croce quell’amore per i nemici che aveva insegnato.

Uno dei tratti distintivi dell’autentica vita spirituale, allora, è il paziente lavoro per spegnere il fuoco dell’ira, per fare spazio dentro di noi alla mitezza di Gesù.

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A cura della Commissione Cultura e comunicazione

"Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare.."
(Evangelii Gaudium n.46)

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