Come diciamo la fede?

Nell'ultimo Consiglio Pastorale don Giovanni ha messo sul tappeto la questione della "crisi del linguaggio religioso". Ne scrive anche un prete della diocesi di Lodi sottoforma di lettera a Papa Francesco.

Un cristiano triste - di don Ferdinando Sudati, 10 Aprile 2014

Caro papa Francesco,

il cristiano triste sono io. Io, che non sono nessuno, ma penso di essere in buona compagnia, vorrei almeno il diritto di essere un cristiano triste e incline al pessimismo. Che non vuol dire un cristiano infelice. (..) Naturalmente, non intendo convertire nessuno alla tristezza cristiana: fare proseliti qui non ha senso, sebbene si possa essere incoraggiati al pensiero che altri condividano tale atteggiamento e i motivi che lo sostengono. (..)

Ciò che più m’interessa, e che pesa maggiormente agli effetti di una insopprimibile tristezza esistenziale, è l’aspetto religioso-ecclesiastico. Comincio dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, che è il documento che più ti appartiene, alla data di oggi, e che fin dal titolo sembrerebbe colpire al cuore la mia teoria e la mia pretesa di essere un cristiano in assenza di “gaudio”.

L’esortazione è una miniera di idee e di progetti, ma sono rimasto deluso per non avervi trovato cenno al problema della crisi del linguaggio religioso, cioè delle parole con cui comunichiamo la fede. Noi trasmettiamo ancora la fede con la visione del mondo e con il linguaggio ereditati dal Medioevo, che a sua volta sono in gran parte quelli dell’età arcaica. Quelle parole e quella cosmovisione hanno fatto, più o meno, un buon servizio, ma ora determinano o accentuano la crisi religiosa attuale, perché non viviamo più in quelle coordinate culturali. Ciò che ci ha fatto vivere – e troppo a lungo - di rendita, ora è causa della nostra fine.

Riconosco che nella Evangelii gaudium il problema del linguaggio non è del tutto ignorato, ma non riceve, a mio avviso, sufficiente attenzione. (..). E che il problema ti sia in qualche modo presente lo si può avvertire dalla tua consapevolezza che “negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico. È innegabile che molti si sentono delusi e cessano di identificarsi con la tradizione cattolica” (n. 70). E ancora, che “gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità” (n. 41).“A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo. Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo, siamo fedeli a una formulazione ma non trasmettiamo la sostanza. Questo è il rischio più grave” (n. 41). “Non si deve pensare che l’annuncio evangelico sia da trasmettere sempre con determinate formule stabilite, o con parole precise che esprimano un contenuto assolutamente invariabile” (n. 129).

Parole indubbiamente coraggiose, ma che non vanno ancora alla radice del problema, che di certo è tra quelli che fanno tremare, ma che non potrà essere ancora per molto tempo dilazionato, se ha senso parlare di “annuncio del Vangelo nel mondo attuale”. Per questo compito, del resto, puoi confidare nell’aiuto dei teologi, cui fai appello affinché “compiano questo servizio come parte della missione salvifica della Chiesa”, la quale “apprezza e incoraggia il loro carisma e il loro sforzo nell’investigazione” (n. 133), di cui, anzi, ha bisogno per crescere nella sua “comprensione della verità” (n. 40).

(..) Sei circondato da ottimi studiosi, ma appartengono fatalmente al paradigma passato. Con loro, tutto rimarrebbe come prima, salvo qualche piccolo ritocco. Perché non proponi questa ripresentazione della fede a un gruppo ecumenico di teologi, tra quelli più capaci di leggere la situazione di oggi, dotati d’integrità intellettuale, oltre che morale, e di libertà di parola? Su questo punto, oso chiederti di dare un’occhiata a una pubblicazione: A. Torres Queiruga, Quale futuro per la fede? Le sfide del nuovo orizzonte culturale (Elledici, Torino 2013). (..)

Difficilmente leggerai quanto ho scritto, chissà quante lettere ti giungono ogni giorno. E questa, come farebbe ad arrivare a te? Del resto, di una lettera immaginata nessuno è tenuto a prendere atto. In ogni caso, ti giunga il miglior augurio anche da parte di un prete periferico.

don Ferdinando Sudati

Un tempo per perdonare

Una meditazione del monaco Sabino Chialà del Monastero di Bose sul perdono. Le sue parole toccano indirettamente uno dei temi fondamentali della predicazione di papa Francesco: qual'è il rapporto tra misericordia e giustizia? un Dio che perdona è un Dio ingiusto?

 

Con l'uomo della strada

di Théophile in “www.baptises.fr” del 4 marzo 2014 (traduzione: www.finesettimana.org)

5 marzo 2014: mercoledì delle ceneri.

Ricordiamo la frase di Nietzsche: “I grandi problemi sono nella strada”. Per rendersene conto non è necessario frequentare piazza Tahrir, piazza Maidan o piazza Taksim, basta aprire gli occhi sul mondo come appare quando apriamo la porta di casa, tanto su una tranquilla via di paese come, più spesso, sul precipitoso ininterrotto traffico urbano. I problemi sono dove sono le persone, con le loro nascite e le loro morti, i loro sogni e le loro preoccupazioni, i loro progetti e le loro inquietudini.

A Gesù è capitato di portare i suoi discepoli in disparte per meglio incidere nella loro memoria certi aspetti del suo insegnamento e prepararli a ciò che stava per avvenire. Lui stesso si è concesso, come necessari, dei tempi di silenzio, dei giorni di ritiro, dei momenti di preghiera solitaria e silenziosa. Ma, nel quotidiano, lo incrociamo per strada: in una via o sui percorsi da un paese all'altro. È lì che incontra degli uomini coperti di lebbra, dei paralitici, un sordo, un folle, uno zoppo, una donna che va ad attingere acqua a mezzogiorno, una madre che seppellisce il suo unico figlio, un piccolo pubblicano che si arrampica sugli alberi per vederlo meglio mentre passa, un giovane che rinuncia a seguirlo perché è ancora troppo ricco: innumerevoli sguardi incrociati, mani strette, case visitate, terre calcate.

Gesù non è rimasto nella sua camera, chino sui rotoli della Torah. È sceso in strada, in mezzo alla folla che un giorno lo acclama, un giorno lo deride, per lo più gli concede un rapido ascolto curioso e resta poi indifferente.

Forse anche noi dovremmo scendere in strada con gli occhi più aperti, per vivere con lui intensamente il percorso che ci conduce alla Pasqua. Per aprirci ai fratelli – richiamo alla condivisione –, per dominare i nostri desideri – suggestione del digiuno –, per instaurare un legame più profondo con Dio – invito alla preghiera -, non c'è bisogno di altra chiesa che non sia questo mondo in cui viviamo. Nella strada ci sono i grandi problemi, ma anche le grandi chiamate e le grandi conversioni. Le preoccupazioni che condivideremo con i nostri fratelli e le nostre sorelle ci ricorderanno con ben maggiore forza di qualsiasi imposizione di ceneri che siamo polvere, in attesa di resurrezione.

Questo mercoledì forse non avrete tempo di andare in chiesa come devoti fedeli per compiere il rito tradizionale di inizio Quaresima, ma andrete certamente per strada con tutte le vostre preoccupazioni... e quelle del mondo. Allora, aprite gli occhi, e soprattutto il cuore, per avanzare con Gesù, con passo più leggero poiché lui ha saputo trasformare la polvere delle nostre strade in speranza di Resurrezione.

Il Papa con i famigliari delle vittime di mafia

Il discorso di Papa Francesco alla veglia di ieri, a Roma, con i famigliari delle vittime delle mafie

 


..da un'intervista a don Luigi Ciotti a commento della giornata

intervista a don Luigi Ciotti a cura di Attilio Bolzoni in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

Don Luigi, cosa cambierà dopo queste parole di Papa Francesco sulla mafia?
«Sono state chiarissime, molto decise, determinate nella fermezza. Con queste parole si definisce culturalmente un passaggio storico: la cesura netta fra mafia e Chiesa ». (..)

Che cosa è la mafia di oggi?
«È una mafia che non ha più bisogno - salvo eccezioni - di fare violenza. Può contare sulla violenza “anonima”, in guanti bianchi, del denaro che circola solo per produrre altro denaro uccidendo il lavoro. Per i morti ammazzati che diminuiscono, cresce a dismisura il numero dei morti vivi, delle persone alle quali il potere economico delle mafie toglie ogni speranza».

Come si combatte questa nuova mafia?
«Non si può vincere senza una forte legge sulla corruzione, che è l’incubatrice di tutte le mafie. Ci vogliono buone leggi, spero che al più presto approvino la riforma del 416 ter sullo scambio politico mafioso ».

È difficile cambiare da un giorno all’altro, come si fa?
«Il cambiamento chiama in causa tutti, ma non può realizzarsi se viene frenato dall’alto. Grande è la lezione di umiltà e saggezza che ci sta dando il Papa. Mi aspetto dalla politica un simile atto di coraggio. Il potere non può essere un’eterna malattia. Quella per cui da un lato si annunciano codici  etici e dall’altro si trova sempre l’eccezione, la scappatoia. Si è creato un meccanismo di complicità fra parte della politica e parte della società, basato sul tacito patto, a volte neanche tacito, di coprirsi a vicenda». 


..da un commento di Roberto Saviano...

I preti e i boss - di Roberto Saviano in “la Repubblica” del 22 marzo 2014

Le parole pronunciate dal Papa sono parole definitive. Tuonano forti non a San Pietro dove saranno risultate naturali, persino ovvie. Tuonano epocali a Locri, Casal di Principe, Natile di Careri, San Luca, Secondigliano, Gela.
E in quelle terre dove l’azione mafiosa si è sempre accompagnata ad atteggiamenti religiosi ostentati in pubblico. Chi non conosce i rapporti tra cosche e Chiesa potrà credere che sia evidente la contraddizione tra la parola di Cristo e il potere mafioso. Non è così. Per i capi delle organizzazioni criminali il loro comportamento è cristiano e cristiana è l’azione degli affiliati. In nome di Cristo e della Madonna si svolge la loro vita e la Santa Romana Chiesa è il riferimento dell’organizzazione.

Per quanto assurdo possa apparire il boss — come mi è capitato di scrivere già diverse volte — considera la propria azione paragonabile al calvario di Cristo, perché assume sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il “bene” è ottenuto quando le decisioni del boss sono a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio su cui comanda. Il potere è espressione di un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà, se la vittima metteva a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. (..)

Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: “convertitevi una volta verrà il giudizio di Dio”. Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano. Ma Francesco I non parla solo a chi spara: ha abbracciato i parenti delle vittime della mafia, ha abbracciato don Luigi Ciotti, un sacerdote che non era mai stato accolto da un pontefice in Vaticano e con Libera è diventato l’emblema di una chiesa di strada, che si impegna contro il potere criminale. La chiesa di don Diana, che fu lasciato solo a combattere la sua battaglia. Oggi Francesco invita a stare a fianco dei don Diana. Le sue parole rompono l’ambiguità in cui vivono quelle parti di chiesa che da sempre fanno finta di non vedere, che sono accondiscendenti verso le mafie, e che si giustificano in nome di una “vicinanza alle anime perdute”.

Gli affiliati non temono l’inferno promesso dal Papa: lo conoscono in vita. Temono invece una chiesa che diventa prassi antimafiosa. Le parole di Francesco I potranno cambiare qualcosa davvero se la borghesia mafiosa sarà messa in crisi da questa presa di posizione, se l’opera pastorale della chiesa davvero inizierà a isolare il danaro criminale, il potere politico condizionato dai loro voti. Insomma se tutta la chiesa — e non solo pochi coraggiosi sacerdoti — sarà davvero parte attiva nella lotta ai capitali criminali. Dopo queste parole o sarà così o non sarà più Chiesa.

Incroci

incroci di strade
Sguardi sul mondo...

A cura della Commissione Cultura e comunicazione

"Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare.."
(Evangelii Gaudium n.46)

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