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Il Vescovo Carlo Maria Martini, un pastore.


don_angelo-casatiAula Magna del liceo di Merate
26 settembre 2012

Giorni fa quando Zita Dazzi, giornalista di “Repubblica”,telefonandomi dalla Grecia dove si trovava, alla fine della sua intervista, mi chiese: “Che ricordo di lui serberà nel suo cuore, adesso che il cardinale ha lasciato la vita terrena?”, io che non sono un uomo di grandi sintesi, sono uomo di immagini e di emozioni più che di classificazioni, alla domanda “che ricordo?”, le risposi: quella del pastore.
Mi venne di dirlo anni fa quando lasciò la diocesi. Ebbene non smise di essere pastore, di camminare con noi, non so se vi siate qualche volta sorpresi a pensare che cosa siano stati per noi questi ultimi suoi dieci, ancora ha camminato sulle nostre strade condividendo, parlandoci, testimoniando il vangelo, come uno che non aveva abbandonato i nostri cammini spesso travagliati.
Mi rimane questa immagine del pastore, una su tutte, quasi dominante, una immagine, che purtroppo a volte abbiamo svigorita con un eccesso di sdolcinature, quella del pastore, il pastore di Palestina. I miei occhi, dopo anni, sono ancora abitati, quasi sedotti da una visione in terra santa, quella di un gregge che passava lontano sull'orizzonte di sabbia, le sabbie colorate del deserto di Giuda. Era quasi tramonto e le pecore sembravano avere la lentezza dei secoli. Le precedeva un pastore. Per noi fu quel pastore. Il vangelo di Giovanni parla del pastore che arriva al recinto delle pecore e "il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore cammina innanzi a loro e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce" (Gv. 10, 3-4).
Cammina
È stata l'immagine dell'inizio. È stato il suo "in principio" e mi è rimasto nel cuore. Mi è rimasto negli occhi quel giorno del suo ingresso così inusuale in diocesi: non era processione, non era corteo, era cammino. Era venuto in mezzo a noi camminando tra la gente. Sì, perché il pastore di Palestina cammina davanti al gregge. Indica un orizzonte, ma nello stesso tempo non accelera oltre misura il passo, ha compassione della pecora ferita e di quella gravida.
Camminava confuso tra la gente. Ci sembrò di capire: uomo del cammino e non del palco, uomo della strada e non delle parate. Niente cordoni, niente posti riservati, niente separatezze. Così è stata la visita di Dio: Gesù di Nazareth, uomo della strada, Dio della ferialità e della condivisione.
Confuso e non confuso, perché la sua statura lo faceva fa emergere, anche da lontano. Creava direzione con il vangelo, creava riferimento, infondeva energie, infondeva fiducia nel cuore.
Non è stato mai un uomo di spettacolo, non ha mai fatto teatro, non gli si addicevano i palchi. Non so se ricordate, quando gli facevano interviste, non guardava fisso dentro l'obiettivo, lo sfuggiva, quasi per una sorta di timidezza. Gli stava a cuore il problema, andava oltre. Gli interessava la direzione, dove muovere oggi i passi. Lui conosceva la complessità della nostra vita, non la sfuggiva. Cercava con noi, davanti a Dio, un'uscita.
Lui era diverso. In un mondo di teatranti, di parole vuote ed effimere, lui cercava sempre una luce, uno spiraglio di luce dal Vangelo. Era fuori del coro.
Ricordo la sera di quel giorno in cui la città, Milano, fu scossa dalla notizia di un ordigno rinvenuto tra le guglie del Duomo. Dentro un coro disgustoso di politici che cavalcavano strumentalmente la notizia, tutti a sdottorare alla ricerca di voti, loro la vera bomba, velenosi ed eversivi, detonanti più della bomba sul Duomo, lui l'unico a indicare sentieri di unità, tessuti di umanità e di comprensione. Lui diverso, unica luce in un panorama di squallore
Mi sono chiesto che cosa hanno capito di Martini quelli che in questi giorni lo hanno dipinto come un intellettuale, un erudito, uno lontano da motivazioni vissute. Ma dove erano costoro? Pensate, e la dice lunga, la conclusione di un articolo di Navarro-Valls sul Corriere della sera, il giorno dopo della morte con quel suo incredibile disgustoso raffronto. Scrive: “In Ratzinger, come in Woytila, la dimensione personale ha sempre avuto un primato sulla sensibilità filologica e scritturale. In Martini, invece, la grande competenza tecnica non ha mai ceduto troppo volentieri il passo a motivazioni vissute. A conclusione del proprio itinerario di vita, come diceva Tommaso d'Aquino, la cultura diviene ben poca cosa per un uomo, quasi un mucchio di paglia buona per il fuoco, ma inutile per non soffrire. Solo la fede resta intatta quando il dolore e la morte entrano inesorabilmente nell'esistenza individuale. Perché solo la certezza granitica della fede può condurre per mano una persona serenamente all'ultima «sala d'aspetto» della vita terrena”.
Ma chi hanno visto costoro? Ma sanno costoro che la parola di Dio di cui Martini era innamorato, “lampada per i suoi passi, luce sul suo cammino” - come volle scritto sulla sua tomba, lui che entrò in diocesi tenendo tra le mani come solo libro, la Bibbia, “sola Scriptura” - sanno costoro che la Parola di Dio fa ardere il cuore? Pensate voi che i giovani lo cercassero perché amanti della filologia? O perché incrociava con la Bibbia la loro umanità, il loro desiderio di vita? Io, ve lo confesso, ho ancora presenti e vivi i fotogrammi degli inizi, quando il Duomo prendeva ai nostri occhi un'immagine straordinaria, mai ce lo saremmo immaginato: diventava come il grande prato del Vangelo, invaso da uomini e donne, giovani soprattutto, che vi si affollavano fin dai punti estremi della diocesi, seduti per terra, aggrappati alle colonne ad ascoltare un vescovo che leggeva il Libro.
E il pastore camminava davanti
Spesso mi sono perduto a guardarlo: mi incantava lo sguardo che andava oltre.
Noi così spesso, nei nostri ambienti ecclesiastici, attardati su battaglie di corto respiro, accaniti su controversie che muoiono all'alba, strategie da retroguardia, da sindrome di cittadella assediata. Quando il genio dei veri pastori non è certo quello di raccattare cianfrusaglie lungo le piste assolate del deserto. Se mai quello di sbarazzarsi di ciò che attarda il cammino di una chiesa, in tempi che sono segnati da un'urgenza.
E lui a camminare con noi. Ma davanti. Non della razza dei pastori che stanno nelle retrovie e mandano gli altri allo sbaraglio. Davanti, per fedeltà al vangelo. A costo di incomprensioni. Anche quelle degli ultimi anni. Per difesa dell’umanità.
Quando, purtroppo, permane -e come permane! - radicata la mentalità del recinto, o se volete del “contenitore”, quando dettano legge ancora strategie pastorali che ci sequestrano asfitticamente al chiuso, quando permane il risentimento verso coloro che non giudichiamo dei "nostri" e ritorna la nostalgia di una cristianità che conti con il suo potere terreno nella città degli uomini.
Lui ci ha insegnato a contemplare al di là dell’angustia dei nostri progetti. A contemplare, a inseguire, ad assecondare l'azione di Dio nella storia, a scoprire i segni di uno Spirito che, là dove arriviamo, già ci ha preceduti.
"Senza questa visione" -ci diceva- "il nostro operare si fa ansioso, affannoso, sempre meno pacifico, sempre più irritato, sempre più pieno di giudizi amari su noi e sugli altri. È un operare in fondo ateo, incredulo, pur se apparentemente buono" (Briciole dalla tavola della Parola, pag. 101).
Ci voleva fuori dal recinto. Lui lo era e otteneva sorprendentemente attenzione e ascolto fuori dai recinti, penso alla cattedra dei non credenti. Aveva tolto lo spartiacque, dicendo che la vera differenza non era tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti.
E la cosa, confessiamolo, urtava. Sembrerebbe a prima vista paradossale, la cosa urtava qualcuno dei vicini, qualcuno dei recinti. Come in questi giorni urtati, alcuni, da questo coro di voci per lui, da questa carovana ininterrotta che sosta alla sua tomba, urtati da questa udienza, sempre colma di attenzione e di stima nei suoi confronti, da parte del cosiddetto "mondo laico". Succedeva anche ai tempi di Gesù: le accuse più astiose, andate a verificare, venivano dai vicini ed erano per quel suo mangiare e bere con i peccatori.
E noi ad amarlo perché ci appartiene la gioia, la gioia di chi legge con emozione l'aprirsi dei cuori, lo schiudersi dei recinti chiusi. Ci appartiene lo stupore per le fessure dello spirito.
Ci appartiene la convinzione – lui ce l'ha insegnata - che gli uomini e le donne d'oggi vedono chi ha nel bagaglio cose autentiche, acqua che disseta, cibo che nutre. E capiscono che la sicurezza, pur umile, ha una ragione profonda, ben diversa dalla rumorosa ostentazione del venditore di cianfrusaglie.
Aggiungo, un pastore che ascoltava prima di parlare, che non parlava se non dopo aver ascoltato. Tra i suo sogni sulla chiesa, questo: una chiesa che parla dopo aver ascoltato e solo dopo aver ascoltato. Raccontava di Gesù che nei vangeli prima apre le orecchie del sordomuto, poi le labbra, come a dire che se prima non si ascolta, ci escono solo parole vuote. Quante!
Martini, a chi non lo conosceva bene, poteva forse incutere un po' di soggezione. La sua, una riservatezza che, a mio avviso, nasceva da una dose di timidezza, non invadeva il campo, non forzava la porta, stava sulla soglia.
Sempre intento a capire. Ricordo come mi raccontassero di un Sinodo, in cui gli toccò di presiedere e come egli avesse ricordato ai suoi collaboratori di porre attenzione agli interventi dei vescovi ”minori” e come questi ultimi, vescovi del terzo mondo, si fossero accorti della tenera attenzione del cardinale nei loro confronti e come di conseguenza portassero al segretario borsate di farmaci dei loro paesi per una presunto raffreddore dell’arcivescovo, che forse altro non era che un sintomo di una qualche timidezza.
E nasceva un suo stile. Lo stile anche della visita pastorale. Di qui il desiderio di visitare le parrocchie nei giorni feriali, non dai palchi, ma nella vita ordinaria delle comunità. Incontrare la ferialità vuol dire incontrare la vita più vera della gente, quella quotidiana che fa il tessuto normale delle nostre giornate. Uno stile di ferialità che diceva un suo desiderio: che dalla visita pastorale fosse rimosso ogni aspetto decorativo, ogni parvenza di esteriorità, ogni allusione alla maschera: la maschera nasconde il volto.
Un vescovo viene per vedere da vicino, viene per conoscere: che senso avrebbe ostentare fumo o sequestrarlo sui palchi? Dall'alto dei palchi si conosce così poco di un popolo: un popolo lo conosci immergendoti, condividendo un cammino.
Come cardinale si sentiva responsabile anche delle chiese del mondo, ma ancora una volta fedele a uno stile evangelico nel visitarle non dai palchi ma nella ferialità, incominciando dall’ascolto.
Padre Franco Moretti, un comboniano, ricordava in questi giorni su “Nigrizia” come nel 1985 i missionari italiani impegnati nell'evangelizzazione in Kenya avessero invitato il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, a tenere un corso di esercizi presso il Centro pastorale dei missionari della Consolata di Sagana.
“Accetto volentieri” scrisse “anzi, direi con gratitudine. La possibilità di incontrare missionari al lavoro e dialogare con loro è per me un privilegio”. “Il card. Martini” scrive Padre Moretti “giunse in Kenya alla fine di luglio e chiese di poter visitare alcune missioni. Lo scorrazzammo in lungo e in largo per tutta la Provincia Centrale. Era una persona estremamente "curiosa". Faceva molte domande e ascoltava attentamente tutti. Poi tornava alla carica con nuovi perché (cur in latino) su una scelta di metodologia apostolica, su un atteggiamento che gli sembrava scorgere in alcuni, o su un sentimento che pareva emergere dalle parole di altri. La sera di domenica 4 agosto tenne una breve introduzione al corso di esercizi spirituali. Disse: “In questa cartella ho gli schemi delle meditazioni che ho preparato. Ma prima di aprirla e dirvi su cosa intendo aiutarvi a riflettere, mi prendo la libertà di confidarvi un pensiero che è andato imponendosi nella mia testa negli ultimi giorni, proprio mentre visitavo alcuni di voi nelle vostre missioni. Vivete in una cultura che è prettamente orale, molto simile a quella che Gesù trovò nella Palestina del suo tempo. Più che dogmi di fede e chiari principi di catechismo, forse fareste bene raccontare storie e diventare esperti di una ‘teologia narrativa’”. Aggiunse: ‘Vorrei proporvi un corso di esercizi diverso da quello che ho preparato. In questi giorni che trascorreremo insieme, mi piacerebbe rispondere con voi a una domanda: "Perché Gesù parlava in parabole?". In altre parole: perché ha usato quel linguaggio per rivelare all'umanità il mistero del Padre. E perché, invece, noi non parliamo più in parabole?’ Non aprì mai quella cartella. Né ci disse l'argomento che aveva scelto in origine”.
Ascoltava. Fuori da i pregiudizi dell’appartenenza. Georg Sporschill, un gesuita, che lavora per i bambini di strada e per i minori abbandonati, che pochi giorni prima che il cardinale morisse raccolse un sua testimonianza- testamento, anni fa realizzò un’intervista che raccolse nel libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. Pose una domanda al Cardinale: “Invece di essere lei a predicare, lei lascia che sia la gioventù a illuminarla. Un nuovo principio pastorale?”. Rispose il Cardinale: ”Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa: In tal modo l’affannosa ricerca di risposte ai problemi dell’uomo moderno si svolge al cuore della Chiesa” (Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, 2008, pag. 47).
Era il suo modo di entrare nella vita, di visitare noi e le nostre case.Era il suo modo di visitare. Non dai palchi, dalla ferialità, in incognito.
Aveva scritto un anno una lettera di Natale, iniziava come se fosse al telefono ”Pronto, sono Carlo Maria il tuo vescovo, vengo da te…”. Un mio amico, Silvio Barbieri, che nella sua casa aveva lungo gli anni ospitato ragazzi e giovani affidati dal tribunale, scrisse al Vescovo Martini. Gli disse: “Conosco una donna che ha avuto una vita desolata, un figlio che era stato da noi, poi finito in carcere e ora agli arresti domiciliari. Pensi che gioia se, sollevando la cornetta del telefono, sentisse dall’altra parte una voce: “Pronto sono il tuo vescovo, voglio venire da te”, chiuse mettendo l’indirizzo. Mandò al Vescovo la lettera per Natale. L’undici di febbraio il Vescovo Martini entrò in incognito in quella casa popolare, salì i gradini, bussò alla porta.
La Bibbia e la strada.
E ora, perdonatemi se concludo queste povere note con un ricordo molto personale, che stringe insieme due figure a me care , quella del Cardinale e di Padre David Maria Turoldo.
Era da poco arrivato a Milano e la notizia mi raggiunse in una parrocchia in faccia a montagne e a lago, allora ero parroco a S. Giovanni in un quartiere di Lecco. Di lui si diceva che era un biblista e che frequentava per impegni pastorali le periferie di Roma, ricordo come la congiunzione delle due cose mi avesse profondamente affascinato.
Ebbene un contatto avvenne per un episodio che mi aveva allora molto rattristato. Erano i primi mesi della sua missione di vescovo. Nella parrocchia si era deciso di invitare, per una memoria di Monsignor Romero, Padre David Maria Turoldo. L’invito aveva suscitato contrasti nell’ambiente ecclesiale della città: l’accusa era che la nostra scelta fosse in contrasto con le indicazioni dei Vescovi. Padre David, declinò fermamente l’invito. Ne fui molto rattristato, scrissi all’Arcivescovo per raccontare l’accaduto. Ricordo che lo invitavo a non rispondermi, immaginando l’ingombro delle lettere sul suo scrittoio. Puntualmente invece mi rispose, dicendosi dispiaciuto per l’accaduto, e confidandomi che avrebbe scritto a Padre David per dirgli quanto la cosa l’avesse rattristato. Pochi mesi dopo per la prima volta incontrò i preti del decanato. Mi accolse sorridendo dai suoi occhi azzurri: “Don angelo” mi disse “noi ci conosciamo”. Mi vide stupito. Aggiunse: “Ci siamo scritti a motivo di Turoldo”. Mi parlò di un vangelo oltre le barricate.
Per l’ultima volta ho visto il cardinale all’inizio di quest’anno. Devo confessare che, dall’ultima volta in cui gli feci visita, mi costò molta più fatica capire le sue parole, che in parte mi sfuggivano anche se amplificate al piccolo microfono. Ci si raccontava, ci si chiedeva l’uno dell’altro, poi gli occhi andavano alla stagione che stiamo vivendo: mi colpiva la sua lucidità senza sconti né sbavature sui giorni amari e nello stesso tempo la sua fiducia indiscussa. Quasi aveva il sapore di una sfida, una sfida nella potenza del vangelo e nelle imprevedibili insospettate vie dello Spirito, che, era solito dire, e già lo ricordavo, “arriva prima di noi e opera infinitamente meglio di noi”. Ricordo come, nonostante gli volessi risparmiare la fatica, volle apporre la sua firma sul libro in regalo. E ti salutava stringendoti nel suo abbraccio, quasi fosse un sacramento. Ebbene Quell’ultima volta, vedendolo indebolito, quasi mi prese paura di fargli male stringendolo. E il pensiero mi corse al suo ultimo abbraccio a Padre Turoldo. Prima c’era stato un abbraccio nella chiesa di S. Carlo. Era il lontano 1983 e si dava una sua rappresentazione sacra, “La morte ha paura”, in occasione del Congresso eucaristico. Poi l’ ultimo abbraccio alla Rotonda dei Pellegrini, nel consegnargli il premio “Lazzati”. Il Cardinale, ricordo, lo sfiorava dolcemente, quasi avesse paura di fargli male - già gli era stato fatto troppo male - sfiorava il suo corpo smagrito, esile, fragile, eppure trasparente. Lo abbracciavano le mani, ma già lo avevano abbracciato le parole del Cardinale che riconoscevano la profezia, riconoscevano incomprensioni dolorose del passato: “Oltre l'apprezzamento per ciò che sei, vogliamo fare atto di riparazione, vogliamo evitare di edificare soltanto sepolcri ai profeti, e dirti che se in passato non c'è sempre stato riconoscimento per la tua opera è perché abbiamo sbagliato”.
Ora ero io ad abbracciarlo sfiorando per non far male. E lui a seguirti con gli occhi sino alla porta, senza staccare. Te ne andavi con la luce serena dei suoi occhi.

Gli occhi sul mare                                                                                                               
al mio vescovo
Carlo Maria Martini

E ora che il tempo
si è fatto breve
e il cuore si consuma
a trattenere la tua immagine
che sembra svanire lontano,
punto rincorso
all'orizzonte estremo,
ora che gli occhi
sono sul mare
come di chi saluta
pur se la vela è scomparsa,
come le pupille dei discepoli
perdute, sul monte,
in un cielo orfano
del volto,
ora so che anche per l'addio
di un pastore di chiese
può ferire e urgere
agli occhi la commozione
e dilatarsi
fino allo spasimare
delle vene dei polsi.
Sei scritto
come sigillo sul cuore
e sul braccio.
Hai amato queste strade
hai pianto
su questa città.
Ci lasci
-ed è testamento-
la lampada della Parola
e il pane del volto.

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