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Guardare dalla ferita


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CARLO MARIA MARTINI (1927-2012): UNA TESTIMONIANZA


Attraverso le letture bibliche scelte per le esequie, don Franco Brovelli fa memoria dell’arcivescovo di Milano. Una meditazione con un gruppo di preti. Parole colloquiali che aiutano a cogliere la spiritualità personale del pastore della Chiesa ambrosiana e l’immagine di una Chiesa amica, capace di pazienza e di speranza.


D
on Franco Brovelli è stato collaboratore e amico di Carlo Maria Martini (morto il 31 di agosto) che gli chiese di seguire i preti giovani e poi gli conferì l’incarico di vicario della formazione permanente del clero. La meditazione è stata dettata a un gruppo di preti di Cantù (Il pellegrino) il 16 settembre a Concenedo di Barzio (Lecco).


La mattina del giorno dei funerali di Carlo Maria Martini (3 settembre), avevo previsto che i liturgisti avrebbero scelto le letture indicate per i preti e vescovi nel rito ambrosiano: Lc 22,7-20.24-30; Mt 27,47-52; Gv 6,37-44. Le ho meditate e pregate da solo, con un po’ di fatica quella mattina. Ora ne parlo con la decantazione dei giorni, delle riflessioni e delle tante emozioni. Prendo come traccia i tre brani biblici che sono stati proclamati al funerale, però letti “all’ombra di” un uomo che ci ha aiutato tanto a comprendere questa Parola e a farla nostra e che ce l’ha consegnata con il suo vissuto.
Il primo testo comprende ampi spazi del capitolo 22 di Luca col racconto dell’ultima cena (7-20.24-30). È una pagina introdotta da quella frase che tante volte risentiamo a Pasqua e ci commuove: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi». È una Pasqua di testamento: Gesù con solo i dodici, in una sala appositamente preparata, nel momento in assoluto più alto della tradizione spirituale dell’ebraismo.
Non commento questa pagina nella sua ampiezza, ma solo con qualche tratto, quasi sentendola come regalata ancora dal vescovo Carlo Maria. È una pagina che non solo ha più volte commentato e condiviso, ma ha anche, in qualche modo, interpretato. È una Parola che ci giunge anche sullo sfondo di come lui l’ha vissuta.

Cena ospitale
Voglio soltanto sottolineare due tratti di questo testo. Anzitutto l’intenzionalità profonda di svelare e comprendere il volto vero del Maestro in quella traditio del pane e del vino che è preludio e anticipazione di un Corpo dato e di un Sangue versato, quindi di una vita persa in una logica di amore e di donazione. Abbiamo già intravisto dove stesse conducendo la sua determinazione a salire a Gerusalemme in quella che, anche nella redazione del Vangelo di Luca, ha dato una svolta all’intera narrazione evangelica: «Si diresse decisamente, indurì il suo volto, per salire a Gerusalemme». Luca lo fa con una determinazione propria, perché è solo nel suo Vangelo che abbiamo inserito quel passaggio inconfondibile introdotto da «sorse tra loro una discussione per sapere chi tra di loro fosse il più grande». Perché l’abbia collocato qui non riusciamo a saperlo. Ma nulla nella redazione dei Vangeli è avvenuto a caso: forse perché era forte l’esigenza di ridire, ogni volta che si celebra la Pasqua del Signore, il volto autentico del Maestro alla cui sequela ci siamo messi in cammino.
L’intenzionalità profonda di farci conoscere da vicino Gesù: questo credo sia stato il filo rosso conduttore della vita e del ministero pastorale di Martini. Un avvicinamento fatto con il tono discreto di proposta, di invito, di incoraggiamento, perché il volto del Signore lo potessimo scorgere più da vicino, e più da vicino toccarne con mano i lineamenti.
È un cammino attraversato da quest’attesa: Chi sei, Signore?
Chi sto seguendo? Voi chi dite che Io sia? Era stata una domanda di Gesù: non voleva che lo seguissero al buio, accontentandosi di aver comunque il loro consenso. Desiderava che sapessero, bene e da vicino, chi stavano decidendo di seguire. Mi pare che questo racconto lucano dell’ultima cena ci giunga anche come linguaggio noto che abbiamo visto vivere e amare da chi ci ha accompagnato nella fede.
Ma vedo anche un secondo tratto: questa è una cena ospitale. Perché, pur essendo una cena per i dodici, in questo momento singolarissimo di intimità e di testamento è una cena che ospita discepoli fragili, uomini che promettono e non mantengono, che desiderano ma poi non ce la fanno, uomini che prendono paura. L’esordio è segnato da un abbandono drammatico: uno di loro che non ce l’ha fatta. Ma li tiene a tavola ugualmente: questa è davvero una Pasqua che ospita, non fatta per gente inossidabile che non sbaglia mai. È una Pasqua che accoglie anche le fragilità dei discepoli, le loro incoerenze. Ogni volta che ce lo ridiciamo nella prossimità della Pasqua, troviamo nel racconto la forza e la capacità di commuovere. Ci sentiamo accolti. Magari da Pasqua a Pasqua il nostro cammino è stato segnato da fragilità, talora non piccole: ma questa rimane una cena dove uno sa di essere atteso e conosciuto per nome.
L’ospitalità è stato un tratto dell’episcopato di Martini: il porgere accogliente della Parola dell’Evangelo, perché nessuno si senta escluso o si senta inavvicinabile. Anche là dove poniamo lontananze noi con la nostra vita, Lui le supera e ci viene vicino con i tratti inconfondibili della prossimità. Nella fase conclusiva del racconto c’è quell’espressione rivolta a Simon Pietro: «Ho pregato per te, Simone, perché non venga meno la tua fede e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli», preludio di un imminente tradimento ma, soprattutto, assicurazione di una vicinanza che rimarrà solidale. Anzi, sembra dire Gesù: dovrai passare attraverso la tua fragilità per poter davvero confermare la fede dei tuoi fratelli, perché tu stesso ti sarai scoperto fragile. È una grazia aver ricevuto un Vangelo colto con questi tratti di Parola ospitale, di invito che non ha confini, di dono che non ha posti limitati tra i suoi destinatari, potenzialmente aperto sempre a chiunque vi acceda e lo desideri.

Determinarsi alla sequela
Questo è uno stile di Chiesa, non è attribuibile solo al singolare tratto di un pastore convincente. Ci ha aiutati a riconoscere che il volto di Chiesa da far vivere all’interno dei nostri contesti, sui nostri territori oggi, è questo: Chiesa che sa accogliere e accompagnare le fragilità, che sa sostenere le paure, che sa pregare e intercedere e incoraggiare. Mi pare una consegna bella, che ci fa bene. È “aria buona di Vangelo” che dà orizzonti di fiducia. Si intuisce meglio in che direzione stiamo andando e da Chi.
Il secondo testo era quello di Matteo 27,45-52: la morte di Gesù, dove risuona il «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», quella dell’alto grido emesso da Gesù e il suo spirare con il velo del Tempio che si squarcia in due da cima a fondo. È il testo che annuncia e proclama la morte di Gesù. E, nel pregarlo e nel rimuginarlo, evoca almeno due tratti che mi sembrano determinanti e che ci aiutano a rileggere anche il senso di anni trascorsi come comunità cristiana, accogliendo l’invito di una pastorale che, dall’inizio, ci ha chiesto di aprire lo sguardo sul mistero di Dio.
La dimensione contemplativa della vita fu la sua sorprendente prima lettera pastorale. Anzitutto ci ha fatto sentire caro e comunque imperdibile il gesto del salire a Gerusalemme, perché la strada di un discepolo non può che essere questa. Credo che tutti ricordiamo bene che è stato proprio il versetto del Vangelo di Luca 9,52 a fare da introduzione al cammino del sinodo diocesano, quando l’evangelista annota «Indurì il suo volto e si diresse decisamente verso Gerusalemme». Martini ci ha chiesto di stare in questo atteggiamento. Noi sappiamo che il cammino di un sinodo ha infiniti sentieri, un’enormità di testi, bozze, documenti, votazioni e, infine, diventa anche libro consegnato alla Chiesa diocesana.
Ma il vescovo ci ha aiutato a non scordarci del versetto iniziale.
Nel congedare il testo del sinodo ha sentito l’esigenza di precederlo con una lettera introduttiva che ho riletto tante volte in questi giorni. La considero forse la sua parola più autorevole, nel senso vero dell’espressione, di tutto il suo ministero. In particolare in quel passaggio ampio dell’inizio dove dice che il compito vero di questa Chiesa, la nostra Chiesa di Milano, è quello di determinarsi in una vera sequela di Gesù Signore, mite e umile, servo sofferente, che va a dare la vita come sigillo ultimo del suo Vangelo.
La sequela Christi, l’imitatio Christi, sviluppa e fa crescere l’anima del corpo ecclesiale diocesano, ne fa vedere l’intimo. In fondo la “partita” si gioca tutta qui, nella misura in cui questa icona del Cristo umile, sofferente e consegnato diventa il polo di riferimento dell’intero cammino e dà il volto alla missione complessiva della Chiesa: diventare segno del Vangelo di Gesù, intriso di sequela e di testimonianza viva. Personalmente ho letto anche il momento dell’andarsene di Martini, del suo congedo, in questa luce. Si sono moltiplicati i riferimenti ai suoi scritti e i commenti si sono accumulati. Ho preferito non frequentarli.
Era meglio custodire una freschezza di memorie e di ricordo. E poi non volevo incappare in qualcosa di profondamente deludente; allora, meglio respirare aria buona, tanto più quando sai che, oltre che buona, è vera. Come là dove dice il senso del morire come la consegna libera e definitiva di sé di chi si affida al Signore.

Lotta con Dio
Ricordo di avere un poco condiviso questo pensiero in uno dei momenti di colloquio con lui quando era a Galloro, in una casa dei gesuiti vicino ad Ariccia sui colli Albani, al ritorno di uno dei suoi soggiorni a Gerusalemme. Al termine del nostroincontro mi disse di aver terminato da poco i suoi esercizi personali, non predicati da altri, sul monte Tabor. Ad un certo punto, ricordo benissimo, mi disse: «Sai, ho anche molto lottato con il Signore, proprio sul tema della morte, che mi sta diventando più familiare ed è giusto che sia così in questo momento della mia vita. Ma ho lottato. Perché Signore? Tu l’hai vinta la morte, allora perché ce l’hai lasciata? L’hai vinta! Capisco che rimane perché è inevitabile, ma tu l’hai vinta la morte! Adagio adagio – continuava – mi sto riconciliando con Lui e incomincio a intuire che, se non ci fosse un termine, noi troveremmo sempre tutte le possibili uscite di sicurezza, scorciatoie, fermate ai box…, perché la temi, questa cosa. Forse ce l’ha lasciata proprio per questo: per coltivare davvero la libertà di consegnarci a Dio». Con la lucidità che ha avuto sempre fino alla fine sono certo che questo è stato il modo in cui lui si è consegnato.
In questi giorni mi sono sentito assediato da molta gente: è una cosa che mi ha colpito e mi ha commosso. Gente che veniva anche solamente per due minuti di chiacchierata per parlare perché sapeva del legame che avevo con Martini. Uno mi ha anche ricordato la preghiera al termine della sua lettera pastorale Sto alla porta. Basta la citazione del titolo delle sue lettere e ci vengono in mente spezzoni e guizzi di intuizioni che allora avevamo avvertito. Perché qualcosa quei testi ci lasciavano.
Vorrei rileggerla con voi: «Tu stai alla mia porta; se io Signore tendo l’orecchio e imparo a discernere i segni dei tempi distintamente, odo i segnali della tua rassicurante presenza alla mia porta e, quando la apro e ti accolgo come ospite gradito nella mia casa, il tempo che passiamo insieme mi rinfranca. Alla tua mensa divido con te il pane della tenerezza e della forza, il vino della letizia e del sacrificio, la parola della sapienza e della promessa, la preghiera del ringraziamento e dell’abbandono nelle mani del Padre. E ritorno alla fatica del vivere con indistruttibile pace. Il tempo che è passato con te, sia che mangiamo, sia che beviamo, è sottratto alla morte; adesso, anche se è lei a bussare, io so che sarai tu ad entrare. Il tempo della morte è finito».
È un invito a credere alla Pasqua, a vivere nella Pasqua. In fondo la vocazione nostra sì, certo, diversificata come varie sono le competenze e i sentieri che percorriamo, ma la vocazione nostra primordiale, quella che tutti ci accomuna, è di vivere e attraversare il mistero della vita, della morte e della risurrezione del Signore. Quella pagina non era solo rievocazione di un morire ma era invito alla sequela che giunge fino ad una consegna di sé. Ciò consente di dire: «Adesso, anche se è lei a bussare, io so che sarai tu ad entrare. Il tempo della morte è finito».

Non perdere nessuno
Il terzo brano è Gv 6,37-44. Sottolineo solo il versetto «Questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto Egli mi ha dato». Riletta ora, diventa eco della passione di Martini per l’uomo: nulla deve andare perso, nessuno. La sua passione per la città, per la terra, per la storia nasce qui. Credo che anche da questi doni siano sorti i cammini di gruppo e le crescite di fede personali: per il contagio reale di passioni profonde. Si comprendono così le attenzioni, le forme di accompagnamento, l’apertura al dialogo più ampio possibile, l’attenzione al mondo e alla storia. Vedendolo fare il vescovo così, ci ha aiutato. L’esperienza di tanti gruppi e comunità sono nati all’interno di questo clima spirituale. Riascoltarle oggi, con le sue cose belle e le sue fatiche, con le sue paure ma anche con i suoi desideri, può davvero farci bene. E questo non è commemorazione di uno che ci ha lasciato: è spazio reale della comunione.
In questi giorni mi è giunto un intervento, ascoltato e registrato in Kenia nel 1985. Quell’estate, forse come legato pontificio ad un congresso eucaristico, aveva incontrato missionari e missionarie. «Mi ero preparato al corso di esercizi – leggo nel testo –, ma, dopo tre giorni passati con voi andando in tutte le missioni, sono andato in difficoltà e ho pensato stanotte: “Cambio interamente il corso di esercizi che inizieremo domani”. La ragione è che ho visto da vicino ciò che vivete e ciò che fate – e lo dico con infinita stima –: da una parte, un grande slancio ideale e, dall’altra, la consapevolezza di non essere capaci di mediarla, questa grandezza ideale: siamo troppo poveri, troppo fragili, troppo ancora lontani dal Vangelo, dove quindi si può insinuare il rischio che va da grandi slanci e improvvise rigidità, scenari apertissimi ma subito dopo durezza perché ti accorgi che non ce la fai e allora diventi duro con te e con gli altri, persino severo e rigido». E prosegue: «Questa è la sorte del pendolo, che oscilla costantemente».
Mentre diceva questo, un padre presente interloquisce: «Ci aiuti a trovare l’equilibrio evangelico tra queste due oscillazioni del pendolo». Il testo dice che chiuse gli occhi, fece una lunga pausa di silenzio e poi aggiunse: «Dove penso possa trovarsi quella che definirei una posizione di equilibrio evangelico?
Non certo a metà strada tra la rigidezza e la permissività: non credo che in questo caso valga il detto “il meglio sta nel mezzo”. L’unico luogo in cui un apostolo del Vangelo deve situarsi per non ammalarsi della “sindrome del pendolo” è sul Golgota. Più precisamente sulla Croce e, più precisamente ancora, nel cuore trafitto di Cristo. Collocatevi lì e dalla ferita procurata dalla lancia osservate la vostra gente.
Forse vedrete che i più sono molto lontani, ancora tra le falde del monte o appena all’inizio del pendio. Continuate a guardarli, a seguirli, soprattutto ad amarli con la vampa d’amore che arde in quel cuore. Non legatevi troppo a questa o a quella tabella di marcia. Non intestarditevi su questo o quel percorso. Non pretendete che siano tutti provetti scalatori.           
Non riprendeteli se li vedete salire zizzagando o rallentando; se cadono e si fermano. Una sola deve essere la vostra preoccupazione: che la gente non faccia mai un percorso a ritroso, cioè un cammino che l’allontani da quel cuore e da quell’amore. Concedete loro di salire con la velocità di cui ognuno è capace, con le pause di cui necessita. Rispettate il fiatone che molti potrebbero avere e, se cadono, invitateli a rialzarsi, magari mostrando loro come fare. L’importante è che riprendano il cammino che li avvicini a quel cuore che è il centro dell’amore che muove ogni cosa».
Sono parole che non sono disposto a perdere: «Dalla ferita procurata dalla lancia osservate la vostra gente»: questo è l’angolo prospettico del cammino del credente, del cammino di una Chiesa.

don Franco Brovelli

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