Viviamo la Pasqua come segno di speranza

Da “Il Giornale di Erba”, di sabato 11 aprile 2020
L’editoriale
Viviamo la Pasqua come segno di speranza
di Mons. Angelo Pirovano

Penso che una domanda possa toccarci nel profondo, se si è credenti, o almeno sfiorarci, se non lo siamo. Che Pasqua è quella di quest’anno? Senz’altro una Pasqua diversa. Ciascuno nelle proprie case, senza poter incontrare le persone che si era soliti frequentare. È una Pasqua pesantemente condizionata dall’attuale situazione di emergenza sanitaria.

Ma, anche se si è nel mezzo di una pandemia, la Pasqua rimane pur sempre la Pasqua; non è definita dalla situazione in cui ci troviamo a vivere. La Pasqua infatti non può perdere il suo complemento di specificazione: è la Pasqua del Signore! Altrimenti non vi è Pasqua. È il mistero – inteso come avvenimento di salvezza – con il quale siamo resi partecipi, attraverso la morte e la risurrezione del Signore, della sua vita e del suo amore.

La parola Pasqua significa passaggio. Per gli ebrei è il passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa. Per i cristiani è il passaggio di Gesù Cristo dalla morte alla vita; e, di conseguenza, è il passaggio di ogni credente in Cristo dalla morte del peccato alla vita della grazia. La parola che riassume tutto è: conversione. Quanto si vorrebbe che questa Pasqua del Signore segnasse un vero cambiamento di vita!

Ci possono essere almeno due letture di questo momento storico. C’è chi dice: l’epidemia è un castigo di Dio. Ma Dio, che è Amore infinito, come può castigare le creature che ama? C’è anche chi dice: Dio non c’entra nulla; è capitato così, perché doveva capitare così. Queste diverse interpretazioni non portano lontano; credo che in nessuno dei due approcci si possa trovare una spiegazione convincente. La situazione che stiamo vivendo non è né un castigo, né una fatalità. Forse la spiegazione va cercata altrove.

Dio si serve di segni, perché attraverso di essi desidera manifestarci qualcosa. Pensiamo, ad esempio, all’amore di due sposi, che nel sacramento del matrimonio si donano per sempre l’un l’altro. Il loro amore è segno dell’amore di Dio.

Dunque, che cosa vuole dirci il Signore oggi? Di che cosa è segno questo momento?

Per un non credente, è il segno di qualcosa che non funziona più nel nostro mondo: sarà la scarsa attenzione alla natura, sarà il mancato rispetto delle regole del vivere comune, sarà l’egoismo umano che prevale su ogni cosa...

Per un credente, è un segno che Dio manda sul cammino della nostra esistenza per porci qualche interrogativo sulla nostra vita. Dio forse vuole farci comprendere, attraverso ciò che stiamo vivendo, che la nostra non è solo una crisi sanitaria ed economica, ma è una crisi che va più a fondo, tocca il nostro stesso esistere, il nostro essere persone, il nostro concetto di vita.

Al riguardo, ho sempre trovato di una chiarezza magistrale le parole di Papa Benedetto XVI, pronunciate a Erfurt il 23 settembre 2011, il quale, partendo dalla domanda se “l’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?”, aggiunge: “Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris [tracotanza] del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, «perde» sempre di più la vita”.

Chi siamo noi? La tentazione continuamente in agguato è quella di considerarci per quanto si sa fare, per quanto si possiede, per il ruolo che si ricopre. Ma è bastata questa situazione di emergenza sanitaria ed economica per mettere tutto in discussione. Dio, attraverso un “segno”, vuole condurci alle domande più profonde sul senso della vita. Altrimenti la situazione di difficoltà in cui ci si dibatte sembrerà solo una calamità senza un perché e senza una prospettiva.

È perciò il momento di ripartire, ma non dal punto in cui eravamo rimasti, perché questa pagina della nostra storia non si cancella. Ha lasciato parecchi morti, anche persone care. Occorre invece un nuovo inizio, forti dell’insegnamento che questo “segno” spero ci abbia lasciato, perché dalla crisi nasca uno stile di vita “nuovo”, dove non c’è posto per l’ebbrezza dell’onnipotenza, smascherata miseramente, ma solo per una sincera ricerca dell’autentico bene comune e, per i credenti, anche della vita buona del Vangelo.

Condividi

FacebookTwitterRSS Feed