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“Lettera a un medico”.

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È forse la prima volta che un Vescovo scriva una “Lettera a un medico” indirizzandola a i medici che lavorano nelle strutture sanitarie e perfino ai medici di famiglia.

Delpini si accosta a questa parte del complesso mando della sanità consapevole che “Non ho ricette per risolvere i problemi della professione medica, non ho la presunzione di avanzare proposte concrete per riorganizzare il servizio sanitario. Sento però un dovere di gratitudine e di vicinanza verso tutti coloro che si prendono cura delle persone”.

Nella lettera si sottolinea come il rapporto medico-paziente sia diventato complesso fino a creare tensioni esasperate per la pretesa e l’arroganza di molti pazienti o per la stanchezza dei medici spesso sotto la pressione di prestazioni sanitarie che chiedono un carico di lavoro stressante per evitare episodi di “mala sanità”.

Colgo nella lettera destinata ai medici una intuizione profonda che condivido pienamente. Nella complessa macchina della sanità lombarda, che rimane sanità di eccellenza, il rischio di ridurre il ruolo del medico a offrire prestazioni più che relazioni, alla fine non garantisce un corretto “lavoro di cura”.

È forse questa la chiave di lettura del nostro Vescovo nella sua lettera ai medici. Oggi non possiamo giocare tutto sulle prestazioni, è necessario tornare alle relazioni. Chi fa un “lavoro di cura” non ha davanti un corpo che può ammalarsi, ma una persona nella sua complessità fisica psicologica, spirituale. In sintesi mi vien da dire: meno prestazioni più relazioni.

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