Video Omelia dell' Arcivescovo

Messa Crismale
CELEBRAZIONE EUCARISTICA - OMELIA
Milano, Duomo
28 maggio 2020, in tempo di epidemia

 

Siamo ammalati. Chi ci guarirà?

 

1. Il giorno che stiamo vivendo.

     Che nome daremo a questi giorni, così drammatici, così strani? L’alluvione di analisi e di discorsi, di chiacchiere e di polemiche mi rende confuso e capisco che sotto il diluvio delle parole e delle immagini si possano raccogliere argomenti per dire qualsiasi cosa, come si usa adesso, citando un titolo di una delle notizie e dichiarazioni tra i miliardi che circolano in rete. Quello che convince di una notizia non è che sia documentata, ma è il fatto che sia messa in evidenza nel sito al quale attingiamo le nostre informazioni.

     Ma noi cristiani, disposti ad ascoltare la parola di Gesù, che nome diamo a questi giorni? Come tutti abbiamo partecipato dello smarrimento e della confusione, talora ci siamo lasciati trascinare in reazioni nervose, in giudizi spietati verso gli altri. Come tutti ci siamo sentiti trafiggere il cuore dal soffrire inconsolabile, dall’esito che siamo tentati di ritenere irrimediabile. Come tutti ci siamo a tal punto impigliati nelle minuzie della cronaca e delle prescrizioni da ritenere più interessanti le discussioni che la contemplazione, più importanti particolari che l’essenziale, più rilevante il fastidio e il malumore, che il dono della sapienza che viene dall’alto e dello Spirito che fa ardere il cuore.

     Stiamo però, per grazia di Dio, conservando la fede e perciò credo che non possiamo dare altro nome che quello che Gesù proclama, nella sua missione fallimentare alla sinagoga di Nazaret: “oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato”.
Questo è il nome del nostro tempo: il tempo del compimento della Scrittura che annuncia la presenza del Servo del Signore, investito dello Spirito del Signore.

 

2. La messa crismale celebrata in un modo che non avremmo immaginato.

     In che modo riconosciamo il compimento delle promesse dei profeti in questo tempo tribolato e drammatico? Quale luce offre il vangelo proclamato su questa nostra situazione? Con quale energia la verità di Gesù e la sua presenza scuote la nostra inerzia, scalfisce la nostra coriacea resistenza all’appello alla conversione?

     Tutti noi avremmo immaginato un altro modo per celebrare la Messa Crismale: una festa per i catecumeni e per i cresimandi, perché si consacrano gli olii per il sacramento al quale si sono preparati e che hanno atteso. Ma anche in questa celebrazione ritardata e ridotta, anche in vista dei sacramenti rimandati, oggi si compie la scrittura, oggi si annuncia la festa della consolazione e della liberazione. Oggi desidero mandare un pensiero di augurio e di incoraggiamento ai catecumeni ai quali ho consegnato il “Simbolo Apostolico” nella Veglia in Traditione symboli. Desidero mandare un pensiero di augurio e di incoraggiamento ai cresimandi che avevo invitato a San Siro e che raggiungo ora con la raccomandazione a imparare e praticare, per grazia di Spirito Santo, la lingua che tutti capiscono, la lingua dell’amore cristiano. Tutti noi avremmo immaginato un altro modo per celebrare la Messa Crismale: una festa per i ministri ordinati, vescovi, preti, diaconi. Una festa per dire che siamo contenti di essere vescovi, preti, diaconi in questo tempo della Chiesa; preti e diaconi di questa Chiesa diocesana, preti e diaconi di altre Chiese e di istituti religiosi al servizio di questa Chiesa; preti presenti in occasione delle feste pasquali ospiti provenienti da paesi lontani. Così contenti, che i preti rinnovano le loro promesse. Una festa per i candidati all’ordinazione presbiterale che si sentono accolti e accompagnati dal presbiterio diocesano

Avevo immaginato una festa che offrisse a me l’occasione per dire tutta la mia gratitudine e ammirazione per voi che siete i miei più stretti e affidabili collaboratori per la missione in questa terra. Mi è sempre stata cara l’occasione di salutare a uno a uno i preti che entrano in Duomo, per scambiare due parole, per fare una domanda sulla salute o condividere un’apprensione o una pena, sia pure solo con uno sguardo. La festa d’essere presbiterio che avremmo immaginato oggi si celebra in un modo così strano che non sembra neanche una festa.

Io non voglio rinunciare a dire ancora una volta la mia stima per quello che i preti sono, per quello che i preti fanno, per quello che i preti dicono, per lo zelo con cui, in molti modi e con molte mortificazioni, molti preti, molti diaconi, molti operatori pastorali hanno svolto il loro ministero in questo tempo di epidemia. Condivido ancora una volta il mio dolore per i preti che sono morti, la mia prossimità ai preti che sono ancora nella fase della lunga e penosa riabilitazione, ai preti che hanno sofferto la morte di persone care nella famiglia e nella comunità, spesso senza poter celebrare il funerale.

 

3. Chi è malato …

     Questa situazione che non avremmo immaginato si è creata perché ci siamo ammalati.
     Alcuni si sono ammalati per il coronavirus. Chi è stato direttamente contagiato ha vissuto il dramma del sentirsi soffocare, l’angoscia di non poter prevedere la guarigione o di avvertire l’avvicinarsi della morte, la desolazione della solitudine e l’impressione di sentirsi abbandonato, la consolazione della vicinanza di Gesù e dell’affidamento nella preghiera, l’esasperazione della debolezza che si prolunga per un tempo che sembra interminabile.
Non siamo riusciti a essere vicini gli uni agli altri come avremmo voluto, come avremmo dovuto, come i malati se lo aspettavano.

Alcuni si sono ammalati di depressione, di una tristezza incomprensibile, di un male oscuro al quale non si riesce a dare un nome, di cui non si riesce a parlare. L’inattività, la solitudine prolungata, l’incertezza del futuro, i traumi del passato hanno contribuito a portare alla luce ferite e fantasmi. Non siamo riusciti a capire quello che i malati non sono riusciti a comunicare.

Alcuni si sono ammalati di parole amare. Le parole amare sono cresciute dentro come un’erba infestante e sono venute fuori per alimentare amarezza nell’ambiente, per seminare discredito, critiche degli uni verso gli altri, per colpevolizzare e denunciare l’inadeguatezza dei vescovi, la confusione delle comunicazioni. Le parole amare sono una malattia.
Non sono riuscito a capire le ragioni costruttive delle parole amare, non sono riuscito a convincere a coltivare un sentimento spontaneo di benevolenza e di stima in cui ci possono stare anche critiche e controproposte, ma nel clima generale dell’unica, corale, fiduciosa, passione di un popolo che lo Spirito di Dio rende un cuore solo e un’anima sola.

Alcuni si sono ammalati di una specie di paralisi parziale. Uso questa immagine per descrivere l’esito della clausura forzata che ha indotto a sviluppare in modo inedito alcune prestazioni e ha prodotto una certa atrofia di altre. Abbiamo imparato a praticare più abitualmente incontri virtuali. È stato utile e costruttivo. Tuttavia si deve riconoscere che alcuni rapporti sono diventati più gratificanti e forse persino ossessivi, creando piattaforme che hanno radunato un pubblico congeniale e ha allentato o interrotto rapporti più difficili, ha escluso quelli irraggiungibili con le nostre piattaforme e ha indotto a scambiare qualche applauso e qualche complimento come una voce della comunità. Abbiamo dovuto sviluppare troppo le dita e gli occhi. Forse altri sensi, altre pratiche abituali si sono atrofizzati, per esempio l’arte di radunare l’assemblea per celebrare l’eucaristia, la pratica delle confessioni individuali, la gestione di riunioni, consigli, gruppi.

Siamo tutti ammalati, o almeno tutti abbiamo sperimentato qualche aspetto di queste e altre malattie. Chi ci guarirà?

 

4. I presbiteri della Chiesa preghino per lui, ungendolo con olio nel nome del Signore.

     Siamo radunati nella nostra cattedrale fisicamente o virtualmente perché noi sappiamo la risposta. Ci salverà il Signore, consacrato con l’unzione e mandato per portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore.
     Ci salverà il Signore. Rinnoviamo la nostra fede, evitiamo di illuderci di avere una ricetta per risolvere tutti i problemi, di essere protagonisti della nostra salvezza e della nostra attività pastorale. Ci salverà il Signore e ci salverà con la sua morte, l’unica via di accesso alla risurrezione: egli entrò una volta per sempre nel santuario, in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Questa celebrazione sia un richiamo a una decisione di fede, a tenere fisso lo sguardo su Gesù per ricevere la vita di Dio che vince la morte, per ricevere la luce di Dio che vince le tenebre. Deponiamo la presunzione, l’amarezza, lo scoraggiamento, il ripiegamento su noi stessi, evitiamo di esaurire il pensiero e le forze in quello che dobbiamo fare noi. Tutto è importante, la gente continua ad aspettarsi molto dai suoi preti e diaconi, ma solo il Signore salverà noi e la gente.
     Ci salverà il Signore. Benediciamo gli olii che sono il segno dei sacramenti che celebreremo quest’anno. L’olio è un segno interessante. Si interpreta talora come un unguento che lenisce le ferite. Ecco il Signore ci guarirà ungendo le nostre ferite. La guarigione sarà quindi come una riabilitazione dopo un trauma. Chiederà pazienza, chiederà esercizi, chiederà assistenza. Immagino che i tempi che ci aspettano chiedano a tutti quella buona volontà e quella pazienza che traducono la grazia ricevuta in una pratica quotidiana. Siamo qui, siamo pronti: non acconsentiamo a imprudenze e neppure ci lasciamo trattenere da infondate paure e ossessioni. Ogni giorno più avanti, per acquisire un po’ più di sicurezza, di energia, come una persona traumatizzata che compie un percorso di riabilitazione.
     Ci salverà il Signore. Benediciamo l’olio dei catecumeni e consacriamo il crisma. I figli di Dio, costituiti re, sacerdoti, profeti con l’unzione con il sacro crisma, partecipano della natura divina e della dignità dell’Unigenito. In questo tempo di tribolazione il sacerdozio regale di Cristo ha portato frutto nell’impegno e nella creatività di molti laici per tenere viva la chiesa domestica, per portare ai malati la consolazione e la benedizione di Dio, là dove i presbiteri non potevano arrivare. Il sacerdozio battesimale ci ha abilitato ad essere nelle nostre case e negli ambienti della vita quotidiana capaci di offrire il sacrificio gradito a Dio, perché siamo pietre vive della Chiesa. Questa responsabilità e intraprendenza non è una eccezione motivata da una emergenza, ma una vocazione che chiama tutti, uomini e donne, a essere corresponsabili della missione e della vita delle nostre comunità.
     Con il sacro crisma sono consacrati i ministri ordinati, i vescovi che ordineremo il prossimo 28 giugno e i presbiteri che ordineremo il prossimo 5 settembre. Vengono associati, insieme con tutti noi, alla missione di Gesù. La via della salvezza che il Signore ci chiama a percorrere è la via del servizio, saremo salvati perché abilitati a servire come Gesù ha servito, porteremo la salvezza di Gesù perché chiameremo tutti a farsi servi gli uni degli altri. Forse l’olio è segno di consacrazione anche perché esprime quel facilitare la scioltezza di cui abbiamo bisogno. La scioltezza è l’attitudine a rendere meno impacciati i movimenti del corpo. Credo che dobbiamo invocarla anche come quella lieta, libera, naturalezza che rende meno impacciati, meno rigidi, meno reattivi i rapporti, a dare maggior evidenza alla benevolenza, alla delicatezza, alla paziente aspettativa che venga alla luce il bene e la verità che c’è in ciascuno di noi.
     Ci salverà il Signore. Benediciamo gli olii che sono destinati al sacramento dell’unzione degli infermi. Deve essere un segno della prossimità della Chiesa che si fa strumento di salvezza e di benedizione per i malati. C’è bisogno di una consolazione che non sia solo un palliativo, ma una comunione con l’unico Salvatore. I presbiteri avvertono la sollecitudine per visitare i malati, pregare su di loro e ungerli nel nome del Signore. La preghiera fatta con fede salverà il malato. Negli ospedali, nelle case i malati aspettano. Andiamo con sollecitudine là dove è possibile, per annunciare la salvezza del Signore: il Signore solleverà il malato.
     Ci salverà il Signore. Ci salverà convocandoci in quella fraternità che il salmista esalta con il segno dell’olio: ecco com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! è come olio prezioso versato sul capo… (Sal 133,1-2). Il segno della salvezza, il messaggio convincente per testimoniare che siamo stati salvati è l’unità che genera comunione: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,20-21).

     In conclusione, celebriamo la Messa Crismale di quest’anno come una grazia per rinnovare la nostra fede, per rinnovare la nostra risposta alla vocazione che chiama ad essere pietre vive nella Santa Chiesa di Dio i catecumeni, i bambini che ricevono il battesimo, i ragazzi e le ragazze che ricevono la Cresima. La grazia di questa celebrazione sia principio di conforto per tutti i malati nel corpo e nello spirito, che potranno sperimentare la sollecitudine della Chiesa e dei presbiteri nella visita e nella prossimità. La grazia di questa celebrazione sia occasione per rinnovare i propositi dei presbiteri a mantenere le promesse con cui hanno deciso di essere collaboratori del Vescovo in questo presbiterio.
     Il Signore continua a salvarci: oggi si è compiuta questa Scrittura.