Pane e vino

“La donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò” (Gen 3,6).

Mentre il racconto della Genesi ricorda che “il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto”, spiegandoci come il demonio, rappresentato dal serpente, faccia di tutto per conquistare a sé la nostra libertà, è Eva che sceglie di cogliere il frutto proibito dell’albero e Adamo ne condivide totalmente la scelta. Se la libertà è cosa buona, non sempre è cosa buona quanto, per la libertà, si sceglie di fare. C’è qui il peccato, che è la conseguenza della scelta in favore del male; e il male è il rifiuto di Dio e del suo amore.

Pane e vino

“Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»” (1Cor 11,23b-25).

Il testo di Paolo, che egli ha ricevuto e che a sua volta trasmette ai noi, ci porta nel cuore dell’ultima cena, quando Gesù recita la benedizione sul pane e sul vino, che diventano il suo corpo ed il suo sangue. Paolo, nel collegare il sacrificio eucaristico a Gesù Cristo stesso, ci vuol dire che l’Eucaristia non è un banchetto come altri, ma è qualcosa di più, è rendere presente e attuale il sacrificio di Cristo. Paolo vuole insegnarci che è l’annuncio della salvezza portataci da Gesù, è l’impegno del dono totale di sé al prossimo, così come il Signore ha fatto per noi con la sua passione e la sua morte in croce. Non è semplicemente un qualsiasi gesto di amore, è il gesto dell’Amore. Proprio per questo il sacrificio eucaristico non può essere considerato come una parentesi nella settimana, ma è il “tutto” della nostra vita.

Pentecoste

“Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità»” (Gv 14,15-17a).

Dopo i giorni nei quali con la Liturgia abbiamo rivissuto le apparizioni di Gesù risorto, dopo aver contemplato l’Ascensione di Gesù al cielo, ecco che cinquanta giorni dopo la Pasqua giunge la Pentecoste. È la solennità che introduce la Pasqua del Signore Risorto nella vita dei risorti, nella nostra vita di redenti da Lui. La Liturgia ci presenta un brano del Vangelo di Giovanni, che proviene dai discorsi di addio, con i quali Gesù ha voluto confidare agli apostoli ciò che più gli stava a cuore per la loro vita futura, per il loro avvenire, per la missione che avrebbe loro affidato. E Gesù, per il loro futuro, annuncia il dono dello Spirito Santo. Due sono i nomi con cui qui Gesù parla dello Spirito Santo: il Paraclito e lo Spirito della verità: il Paraclito è l’avvocato, il difensore; lo Spirito della verità ci porta sulla via della verità di Dio, ci conduce alla verità che è Dio, Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Pentecoste

“Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21b).

Gesù ai suoi discepoli parla commosso del Padre, del suo amore. Gesù non è solo un grande sapiente della Bibbia, che ci ha parlato di Dio con parole stupende. Egli ci ha parlato di Dio soprattutto nei fatti, con tutta la sua vita. Ci ha parlato di Dio nei termini di una estrema vicinanza alle persone. Infatti con amore affettuoso nei confronti del Padre, Gesù si esprime così: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Gesù vuole quindi coinvolgere anche ciascuno di noi nei suoi sentimenti più profondi. Proprio questa sua vicinanza a noi è il risultato della profonda relazione tra Gesù, il Figlio, e il Padre nello Spirito Santo.