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Il Vangelo della IV Domenica di Quaresima (Gv 9) presenta uno degli episodi più profondi del Vangelo di Giovanni: la guarigione del cieco nato. Il racconto non si limita soltanto al segno della restituzione della vista fisica, ma descrive un vero itinerario di illuminazione spirituale. Il cieco guarito passa progressivamente dalla semplice conoscenza di Gesù come uomo, al riconoscimento di lui come profeta, fino alla confessione finale di fede: «Credo, Signore».
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Nel Vangelo della Domenica di Abramo (Gv 8,31-59), Gesù lega l’identità dei “figli di Abramo” non a una discendenza formale, ma a un criterio concreto: fare le opere di Abramo, cioè vivere una fede reale che si manifesta nell’adesione alla Parola e nel compiere la volontà di Dio. Nello stesso brano, Gesù dichiara che la libertà nasce dal rimanere nella sua parola (Gv 8,31-32): la fede autentica è una fede che “rimane”, non episodica, ma che si traduce in scelte di vita, non in appartenenze esteriori.
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Il tema della Seconda domenica di Quaresima è tradizionalmente legato alla figura della Samaritana. Nella richiesta di Gesù “Dammi da bere”, Egli si affianca nella necessità, ma mostra un cammino, precede e incontra la donna nel bisogno, ma suscita in lei la ricerca e si dona come meta. Il dialogo tra Gesù e la donna al pozzo conduce progressivamente dalla sete materiale alla rivelazione della vera sete del cuore.
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La nostra comunità desidera lasciarsi guidare alla Pasqua da un testimone spirituale come San Francesco d’Assisi, del quale quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226. La liturgia della Domenica all’inizio di Quaresima apre il cammino quaresimale con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto (Mt 4,1-11). Condotto dallo Spirito, Cristo entra nella prova e la vince non attraverso il prodigio o il dominio, ma mediante l’obbedienza fiduciosa alla Parola del Padre. La Quaresima si presenta così come tempo di tensione spirituale, orientato alla Pasqua.
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IL PERDONO DI DIO RIVELA LA SUA TENEREZZA DI PADRE
Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa (Lc 15,20-24).


