Da una predica di Padre Roberto Pasolini - Predicatore della Casa Pontificia, 11.04.2025
“Nelle parole di libertà e nei gesti d’amore di Cristo, Maria Maddalena aveva sperimentato una profonda e completa guarigione interiore, come osserva l’evangelista Luca dicendo che da lei «erano usciti sette demòni» (Luca 8,2). Per questo lo aveva seguito, insieme ad altre donne e ai discepoli, mettendosi a suo servizio con i propri beni. Ora, davanti al sepolcro vuoto, privo del corpo dell’amato Signore, Maria non può che piangere tutto il vuoto che avverte dentro di sé.
Ascoltando i dialoghi di Maria, prima con gli angeli nel sepolcro e poi con Gesù in piedi alle sue spalle, si capisce che la sua ricerca è guidata ancora dalla paura della morte. Maria vuole trovare il cadavere, per poter essere autorizzata a vivere nel ricordo di quanto ha sperimentato insieme a Gesù. Per lei non è tanto importante se Gesù sia vivo oppure morto, ciò che più le interessa è poter riavere il suo corpo per poter imbalsamare la memoria dell’amore.
Quando si è nel pianto e nella disperazione, anche solo il cadavere dell’amore ci basta, per poter restare chiusi nel nostro inestinguibile dolore. Ci comportiamo anche noi così, nei lutti che dobbiamo elaborare lungo il viaggio della vita. Accumuliamo ricordi, allestiamo altari ed elaboriamo rituali, per tentare di non smarrire – almeno nel cuore – la presenza della persona amata, che non è più con noi. Entro certi limiti tutto questo è legittimo e necessario: esprime il valore che per noi ha la vita dell’altro anche quando non è più davanti ai nostri occhi. Ma questa tendenza a imbalsamare l’assente può diventare anche una patologia di cui il nostro cuore si ammala gravemente, impedendo quella riapertura, così sofferta ma così necessaria, a cui siamo chiamati dopo ogni separazione. Anche perché la vita, spesso, è già davanti ai nostri occhi, ma noi non riusciamo a vederla finché qualcosa non ci scuote da dentro”.

