Erri De Luca, uno dei miei autori preferiti, ha scritto la prefazione per un libro che alcuni parrocchiani conoscono: E se tornasse Francesco? di Enzo Fortunato.
Dopo aver parlato del popolo d’Israele, dei deserti, delle solitudini, degli isolamenti, delle notti di stelle nella terra del Sinai prova a paragonare la vita dei Francesco d’Assisi al popolo Ebraico.
“È andata così anche per Francesco. Dal tumulto delle armi, delle giostre, delle mischie, all'isolamento di prigioniero. Improvvisa la cesura tra il chiasso di prima e il raccoglimento forzato di dopo. Ne esce rigirato come un guanto. Si spoglia, si disereda e inventa la povertà volontaria. Sceglie di essere principiante di tutto. Spalanca il deserto che non consente ritorni. Dietro di lui il tempo precedente si è chiuso a serratura, come il Mar Rosso dopo il guado asciutto. Enorme il compito di chi si ispira a Cristo, all'impossibile imitazione. Francesco stabilisce la sua regola, una tavola grezza, per abbigliamento un sacco, la dimora scarna. Più della dottrina, conta l'esempio. La nuova disciplina non si sovrappone al potere delle autorità, ne vuole affiancarlo, Se ne vuole privare, rinunciare a qualunque forma di potere. Perfino la reputazione di Santo è una botola pronta sotto il piedistallo, meglio essere disprezzato in pubblico per disintossicarsi dall'elogio”.
Nelle “fonti francescane” viene descritta con forza la sua trasformazione interiore: “Cristo era per lui sostanza, movimento, luce e vita…Tutto il suo essere, ogni desiderio, pensiero, parola e azione li riceveva da Cristo. La memoria di Cristo era impressa in lui come nel fuoco”.

