Samaritana

«Chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv. 4,14)

L’acqua viva che Cristo dà alla Samaritana, come l’acqua del Battesimo, trasforma la vita dall’interno, la converte. “L’acqua” crea una nuova vita, la “vita di grazia”. Questa “vita” però può essere anche perduta, attraverso il peccato, il rifiuto, l'incredulità. È importante allora convincerci che questa novità di vita (“acqua viva”), che ci è stata data nel Battesimo, non deve mai essere considerata come qualcosa di acquisito una volta per sempre, ma esige la nostra libera e responsabile accettazione e corrispondenza. In questa seconda domenica di Quaresima, durante la celebrazione, l’atto penitenziale verrà sostituito dal rito della benedizione e aspersione dell’acqua. Saremo aspersi con l’acqua benedetta in ricordo del nostro Battesimo; rinnovati potremo accostarci degnamente alla mensa del Signore.

Deserto

«Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per esser tentato dal diavolo» (Mt 4,1)

Da sempre, nella nostra tradizione ambrosiana, la prima domenica di Quaresima è caratterizzata dalla pagina evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto. Questo episodio rappresenta una specie di “duello” fra Cristo e il diavolo (la personificazione del male). Gesù vince queste tentazioni attraverso alcune scelte che si concretizzano in precise rinunce. Anche per il cristiano la vita è una dura lotta contro molte tentazioni, che appunto “tentano” di distoglierci dalla retta strada. Ecco perché, in questa domenica, memori delle promesse del nostro Battesimo, siamo invitati a rinunciare a tutto ciò che si oppone a Dio.

Perdono

“Il pubblicano, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»” (Lc 18,13).

Il pubblicano, ritenuto da tutti un peccatore perché appartenente ad una categoria ritenuta peccatrice, incarna l’umiltà. Il suo è l’atteggiamento fondamentale di chi è posto davanti a Dio e la cui preghiera esprime una profonda partecipazione, con la propria miseria, alla grandezza di Dio. Anche noi, come il pubblicano, siamo peccatori. Il peccato è l’unica cosa che ci caratterizza, come creature, bisognose di tutto, bisognose della misericordia di Dio. Chi potrebbe riconoscersi senza peccato? Chi potrebbe vantarsi di aver sempre corrisposto nel modo migliore possibile ai doni di Dio, alla sua parola, al suo amore? Quest’uomo della parabola evangelica, il pubblicano, “a differenza dell’altro - il fariseo -, tornò a casa sua giustificato”, perdonato, salvato, così dice Gesù. Eppure era un peccatore; nessuno aveva considerazione di lui. La ragione è nelle parole di Gesù: “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14). L’umiltà di quest’uomo lo ha condotto a riconoscere la grandezza di Dio e, di contro, la sua miseria, il suo peccato.

Gesù al tempio

46A GIORNATA PER LA VITA

«La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36)»

DAL MESSAGGIO DEI VESCOVI ITALIANI.

Sono numerose le circostanze in cui si è incapaci di riconoscere il valore della vita tanto che, per tutta una serie di ragioni, si decide di metterle fine o si tollera che venga messa a repentaglio. […] Tante sono dunque le “vite negate”, cui la nostra società preclude di fatto la possibilità di esistere o la pari dignità con quelle delle altre persone. Eppure, se si è capaci di superare visioni ideologiche, appare evidente che ciascuna vita, anche quella più segnata da limiti, ha un immenso valore ed è capace di donare qualcosa agli altri. Le tante storie di persone giudicate insignificanti o inferiori che hanno invece saputo diventare punti di riferimento o addirittura raggiungere un sorprendente successo stanno a dimostrare che nessuna vita va mai discriminata, violentata o eliminata in ragione di qualsivoglia considerazione. […] La vita, ogni vita, se la guardiamo con occhi limpidi e sinceri, si rivela un dono prezioso e possiede una stupefacente capacità di resilienza per fronteggiare limiti e problemi.

Gesù al tempio

“I genitori del Signore Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendeva-no la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero” (Lc 2,41-43).

La Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe ha molto da dire oggi a noi, alle nostre famiglie, alla nostra società sempre più secolarizzata, che, allentando o troncando il rapporto con Dio, compromette anche i rapporti umani. Anche nella famiglia di Gesù ci sono stati momenti di difficoltà, uno dei quali è stato lo smarrimento di Gesù nel tempio. Nei momenti difficili, in cui sembra che Dio ci abbia abbandonati, in cui sperimentiamo l’assenza di Dio, ci viene in aiuto l’esempio di Maria, la madre di Gesù. Alla domanda an-gosciata di Maria a Gesù: “Figlio, perché ci ha hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercava-mo”, fa seguito la risposta di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. È la risposta che Gesù ripete anche a noi, quando temiamo di averlo perso, perché non lo sentiamo presente nella vita nostra e della nostra famiglia. Maria è dunque per noi una risposta con-creta, un modello di comportamento ogni volta che ci sembra di aver perso Dio e di cercarlo senza riusci-re a trovarlo. Come a sua Madre, così Gesù anche a noi risponde che non conosciamo le sue strade, né le strade e i progetti del Padre, e che solo rimanendo fedeli a Lui potremo scoprirli..