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CRISTO “È RISORTO IL TERZO GIORNO SECONDO LE SCRITTURE”
In queste parole di Paolo della prima lettera ai Corinzi troviamo l’annuncio della Pasqua. Sulla croce
tutto si è ormai compiuto, ma non certo cancellato. Ora Gesù è risorto. Tutto è consumato: le ore di
angoscia nell’orto degli ulivi, il sudore di sangue, i rinnegamenti, gli scherni, le derisioni e soprattutto l’ora
delle tenebre. È ormai giunta, definitivamente, l’ora della Luce.
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Iniziamo la grande settimana, la settimana autentica, santa, la più importante di tutte, che ricorda e rende presente ciò che Gesù ha fatto per noi con la sua passione, morte e risurrezione. Momento per momento seguiremo Gesù. Ci metteremo da parte, con attenzione e rispetto, per osservare e, più ancora, per metterci in sintonia con le sue emozioni, i suoi pensieri, il suo dolore. Lo facciamo già fin da oggi. Con il Signore Gesù celebriamo il suo festoso ingresso a Gerusalemme
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Il Vangelo della quinta Domenica di Quaresima presenta la risurrezione di Lazzaro, segno culminante del cammino quaresimale. Gesù non si limita a operare un miracolo, ma si rivela come la vera Vita: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). La scena è profondamente pasquale: Lazzaro, chiuso nel sepolcro, viene chiamato per nome e ricondotto alla vita. Questo segno, tuttavia, non riguarda soltanto la morte fisica, ma illumina ogni esperienza umana segnata da chiusura, perdita e peccato. La voce di Cristo continua a raggiungere l’uomo proprio là dove la vita sembra bloccata, invitandolo a uscire.
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Il Vangelo della IV Domenica di Quaresima (Gv 9) presenta uno degli episodi più profondi del Vangelo di Giovanni: la guarigione del cieco nato. Il racconto non si limita soltanto al segno della restituzione della vista fisica, ma descrive un vero itinerario di illuminazione spirituale. Il cieco guarito passa progressivamente dalla semplice conoscenza di Gesù come uomo, al riconoscimento di lui come profeta, fino alla confessione finale di fede: «Credo, Signore».
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Nel Vangelo della Domenica di Abramo (Gv 8,31-59), Gesù lega l’identità dei “figli di Abramo” non a una discendenza formale, ma a un criterio concreto: fare le opere di Abramo, cioè vivere una fede reale che si manifesta nell’adesione alla Parola e nel compiere la volontà di Dio. Nello stesso brano, Gesù dichiara che la libertà nasce dal rimanere nella sua parola (Gv 8,31-32): la fede autentica è una fede che “rimane”, non episodica, ma che si traduce in scelte di vita, non in appartenenze esteriori.


